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lunedì, 30 novembre 2009  

Licenze edilizie a maggioranza

Molta risonanza su un bizzarro referendum architettonico svizzero. Va detto che gli svizzeri fanno un sacco di referendum, di continuo, in modo meno burocratico che da noi e sulle cose più diverse. Pare che il quesito referendario fosse sulla costruzione di nuovi minareti. E ha vinto il no. (Contemporaneamente si è respinto il bando alla esportazione delle armi da guerra: forse c’è stata la pressione della lobby dei coltellini multiuso.)
Francamente, come sa chiunque è stato in una città araba, avere accanto a casa un megafono che urla una noiosa litania alle diverse ore del giorno è piuttosto fastidioso (è suggestivo quando si guarda il panorama dall’alto, e si sentono salire mille voci salmodianti invece che il suono del traffico e dei clacson e delle sirene delle città occidentali), lasciatevelo dire da uno che c’ha accanto alla finestra un campanile che suona ogni mezz’ora.
Però, come ciascuno sa, non c’è bisogno di una vera e propria torre campanaria per rompere i timpani ai vicini, e così non c’è bisogno di un minareto per sostenere dei megafoni. E come elementi verticali del paesaggio c’abbiamo già le ciminiere, casomai costruiamo quelle (magari per la produzione di armi, ché siamo neutrali ma mica contrari alle guerre degli altri).
L’Unione Europea, persino il Vaticano, hanno espresso perplessità e preoccupazione per la tendenza antimusulmana della decisione, ma il governo svizzero ha assicurato che la cosa “riguarda soltanto l’edificazione di nuovi minareti e non significa un rifiuto dell’Islam”: una mera questione edilizia, insomma. (O sono scemi loro, o prendono per scemi noi.)

domenica, 29 novembre 2009

 

Sedici noni

Schermi sempre più rettangolari, sempre più orizzontali.
Il che va bene per i panorami (io sono uno di quelli che in caso di panorama scattano più foto ruotando sul proprio asse e componendole insieme in striscia), ma rende difficili i primi piani, per esempio.
D’altra parte l’abitudine alla televisione, al video del computer e persino alle macchine digitali porta un sacco di gente a fare fotografie sempre orizzontali, anche alle facce.
Io che sono nato con le macchine fotografiche col mirino (e anche voi, non fate i ragazzini), l’uso ancora, mi sono abituato a fare le foto verticali mettendo in alto la parte destra; però conosco gente che mette in alto la parte sinistra e lo trova normalissimo (non facendo caso al fatto che così si spiaccica il naso contro il dorso della macchina, che è il motivo per cui io alzo la parte destra, per respirare).
Ora voi vi chiederete dove voglio andare a parare con questo post, qual è la riflessione, la battuta finale.
No, niente: mi era solo venuta in mente questa cosa.
 

 

Volto coperto

Magari ce l’avete presente quelle interviste televisive a uno di spalle, alla testimone che non si fa vedere in faccia. Magari a voi non dicono niente quelle spalle, il particolare sul movimento delle mani, il modo di piegare la testa o il ritmo della parlata. Ma a voi non direbbe niente neanche la faccia, perché state a mille chilometri e quello o quella non l’avete mai incontrato/a e non l’incontrerete mai.
Invece a parenti, vicini, colleghi e compagni quelle inquadrature dicono tutto, dicono chi è, e lo dicono proprio a chi non lo dovrebbe sapere (perché a voi in fondo v’importa nulla, e a loro molto, ed è il motivo del volto coperto). E allora non vi sa di messinscena, di baracconata stupida e fastidiosa?

sabato, 28 novembre 2009

 

I panni che restano sporchi

Se trovaste un cadavere in casa la prima cosa che pensereste è forse “cosa diranno i vicini?”.
Se scopriste che un vostro parente è un ladro forse vi verrebbe in mente come prima cosa “cosa penseranno i vicini?”.
Se siete fatti così non siete soli in Italia, e neanche in pochi; perché da noi la “famiglia” (e il suo “buon nome”) viene prima di tutto.
In Italia se viene fuori uno scandalo di sportivi dopati non si perseguita chi imbroglia ma chi denuncia l’inghippo; se viene fuori che i politici rubano non si dà la colpa ai ladri ma a chi li sputtana; se facciamo brutta figura all’estero non è perché c’è la mafia ma perché c’è chi ne parla e ne scrive.
Un cadavere in casa, un ladro in famiglia, avere la mafia e non fare nulla (tranne magari delle barzellette) va tutto bene, purché non si sappia in giro.
Perché “i panni sporchi” restano in famiglia, dove non si lavano mai (perché il “buon nome” di una famiglia non si ha se si è tutti onesti, ma se lo si sembra; non se si combatte il crimine anche in casa, ma se si finge che non ci sia).
Se siete d’accordo andate anche voi a strozzare chi scrive di mafia, insieme al Presidente del Consiglio (contro cui i teorici dei “cattivi maestri” che tanto si scandalizzarono per una goliardata su facebook non hanno nessun appunto, perché è della loro “famiglia”).
Se siete d’accordo forse ve le meritate, le “famiglie”.
 

 

No

No, non sono d’accordo, per questo e questo e quest’altro motivo.
Così si fa.
 

 

Qui prodest?

Credo anch’io, così a impressione, che Berlusconi non sia il mandante delle stragi mafiose degli anni ’90 e che sia un’accusa ridicola che serve solo a favorirlo nel suo scontro con la giustizia (e infatti enfatizzata soprattutto dai giornalisti filoberlusconiani).
Berlusconi replica “mi sono occupato di Cosa Nostra soltanto per raccontare barzellette”.
E se ne vanta?

venerdì, 27 novembre 2009

 

Nell’attesa

premessa: non leggete questo post se non siete robusti di umore. Mi vengono questi ricordi qui: lontani di fuga e di morte… abbiate pazienza.

Zona Toraja (Sulawesi centrale, Indonesia).

La cosa notevole di queste parti sono le cerimonie funebri, in cui sacrificano bufali e maiali.
Fortunatamente arriviamo nella pausa tra un gruppo e l’altro, così non stanno sgozzando in quel momento.
La scena è caotica e ordinata insieme: i gruppi di invitati attendono nei padiglioni numerati chiacchierando e giocando a carte o a domino, a turno vanno nel padiglione laterale dove prendono il tè portato da ragazzi e ragazze in costume tradizionale, i turisti circolano intorno come fossero invisibili, le guide parlano (noi non ce l’abbiamo, al solito, e origlio), con l’altoparlante annunciano chi ha donato i prossimi sacrifici, gli addetti stanno facendo a pezzi dei bufali scuoiati per portarli via (i teschi orneranno il palo centrale della casa, e il loro numero attesterà l’importanza del morto), in terra la pelle di un bufalo ripiegata ordinatamente come se fosse una coperta sporca di sangue, c’è un’atmosfera aliena, ci muoviamo tutti nel fango (stanotte, come sempre, ha piovuto), al centro è fango di sangue: le donne locali camminano linde nei loro costumi con ciabattine eleganti mentre noi turisti siamo inzaccherati fino alle ginocchia e scivoliamo ad ogni passo.
Decidiamo di andarcene prima che cominci il prossimo turno di uccisioni: i maiali in attesa sono poggiati in terra legati col bambù (in modo molto pratico, che permette di trasportarli dal mercato o da un posto all’altro in motorino).
Disteso su un fianco, immobilizzato nel fango, un maiale torce la testa e bruca.
 

 

Un orso tra i bicchieri

Io già di mio sono abbastanza una frana nei rapporti interpersonali, poi ora è un periodo che come mi muovo faccio pasticci, come dico una parola è sbagliata.
Dovrei farmi ibernare, andare in letargo, dormire (sognare forse).

giovedì, 26 novembre 2009

 

La benzina al litro

Nel sud-est asiatico (che so, Cambogia, Indonesia, posti così) è piuttosto comune vedere i venditori di benzina ai bordi della strada.
Hanno taniche e vendono la benzina a litri, in bottiglie da whisky. File di bottiglie di whisky sui assi di legno: ti fermi e le compri.
A qualcuno verrà da notare l’assenza di sicurezza, di garanzie di qualità, oppure l’arretratezza tecnologica, l’arte di arrangiarsi, ecc.
A me veniva da chiedermi chi le vuotasse tutte quelle bottiglie.
 

 

Quelli giusti

Una cosa che abbiamo in comune noi tutti sporchi moralisti fetenti è che ci mettiamo sempre dalla parte giusta, anzi guardiamo dove siamo noi e lì mettiamo la bandierina “parte giusta”.
Un po’ come i teorici della “razza superiore” che dimostrano, guardacaso, che la razza superiore è la loro.
Un po’ come quelli che parlano della maggioranza imbecille (non politicamente: gli imbecilli sono proporzionalmente diffusi in tutte le categorie umane, compresa quella degli intelligenti), e pensano agli altri.
 

 

Ricette di sant’antonio

Da una conoscente mi è arrivata un’email con questo allegato.
 
Ciao, sei invitato a far parte di uno scambio di ricette.
Spero che parteciperai.
 
Dovrebbe essere una ricetta rapida, facile e senza ingredienti rari.
La migliore è la ricetta che sai a memoria.
Pensa alla ricetta che usi quando non sai che cucinare e non hai
tempo di andare al supermercato: questa è la ricetta ideale da
condividere.
Ti invito a lasciar volare la tua immaginazione e la tua creatività.
 
Dopo avere inviato la tua ricetta alla persona che è al primo posto
dell’elenco qua sotto, copia questo testo in una nuova mail dove
metterai al n.1 il mio indirizzo di posta elettronica ed al n.2 il tuo.
Si debbono vedere solo i nostri due nomi.
 
Invia la e-mail a 20 amici, come CNN (copia nascosta)
Firma specificando da dove scrivi.
Se non puoi farlo entro 5 giorni, avvisami per correttezza verso tutti
gli altri partecipanti.
 
E’ UN GIOCO MOLTO DIVERTENTE.
Dovresti ricevere molte ricette. Sarà interessante scoprire ricette
nuove e facili e vedere da dove arrivano.
Il giro è rapido perché nella lista ci sono solo due nomi e si
partecipa una volta sola.
 
Di tutte le cose che posso notare mi limito a queste:
1. perché allegare un documento di word per un testo che si può inserire nel corpo dell’email?
2. quando si scrive un documento di word non c’è bisogno di andare a capo: ci pensa da sé!
3. combinando la 1 e la 2: perché usi word quando non ce n’è bisogno e non lo sai neppure usare?
4. quando sono in quelle condizioni alimentari mangio cose tipo pane scongelato con formaggio, ceci scaldati nel loro barattolo, carciofini, cose così (va a finire che comincio davvero a raccoglierle queste “ricette”, che non si trovano facilmente nei libri di cucina, tipo come capirsi per telefono con un rosticciere cinese…).
5. non è un gioco molto divertente: non è un gioco e non è neanche divertente.
6. odio le catene di santantonio, i giochi a piramide, le vendite coi subagenti e tutte le cose del genere (ognuno ha le sue intolleranze).
7. addirittura mi dài un termine di 5 giorni, una scadenza…
8. la persona che me l’ha mandato è anziana e l’ha fatto come segno di amicizia (credo, nelle sue intenzioni); io come segno di amicizia e rispetto nei confronti dei miei amici non la mando loro.
9. questo nono punto è solo per arrivare a dieci e fare cifra tonda.
10. se volete fare anche voi questa cosa mettete un nome di fantasia al primo posto e voi stessi al secondo (o magari due vostre diverse caselle di posta, così riceverete 420 ricette, teoricamente); ma non mandatela a me.
 

 

Centosedicimila file

Il disco C del mio computer ha 99.277 file. Il disco D (che uso molto meno) ne ha 17.453. Per un totale di 116.720 file.
Probabilmente il computer su cui state leggendo questo post ha un numero paragonabile di file sull’hard disk: potete controllare se lo sapete fare, ma se lo sapete fare forse il numero non vi fa effetto. Se non lo sapete fare allora potreste essere impressionati dai “sessantamila” file sul computer di Brenda (la persona uccisa misteriosamente), vi sembreranno tantissimi. E invece che in un computer ci siano sessantamila file non è una notizia: è una banale normalità. Come se dicessero che aveva decine di denti.
I giornalisti (che probabilmente sanno sì e no cos’è un file) si rivolgono proprio a chi non ha idea, e invece di dare una notizia dicono una cosa a effetto. E la chiamano informazione.

mercoledì, 25 novembre 2009

 

Presunzione di colpevolezza

Il carabiniere muove lenta la paletta con moto ondulatorio, poi allarga il braccio e mi fa accostare.
Io, non credo di essere il solo, mentre mi fermo mi sento colpevole. Ancora non so di cosa, ma colpevole. Mi preparo ad appellarmi alla clemenza della corte.
“Buonasera.”
“Buonasera. Patente e libretto di circolazione, prego.”
E così il carabiniere mi ribalta i princìpi del diritto, forse senza neanche accorgersene, e improvvisamente mi pare d’essere un extracomunitario in mano alle ronde.
A rifletterci capisco che avvicinandomi ai carabinieri io mi sento colpevole non per un vago timore dell’autorità tipicamente italiano: no, mi sento colpevole perché lo sono, di default.
Perché la presunzione di innocenza, sacro principio giuridico, in certi casi non esiste.
Quando il carabiniere mi ferma io sono colpevole di guida senza patente, almeno finché non dimostro di averla. Quando l’extracomunitario va in giro per l’Italia è colpevole di immigrazione clandestina finché non dimostra la sua innocenza.
Non è l’autorità a dover dimostrare la mia colpevolezza di abusivo, ma il contrario.
 

 

L’ordine dei fattori

Il mio capo junior oggi mi ha fatto venire in mente certi politici.
Ci ha fatto spostare due scrivanie dall’altra parte, sostituendo un tavolo e un tavolino, che sono andati al posto di altri due mobiletti, che sono stati girati, ecc. Insomma abbiamo perso mezza mattinata a rivoluzionare le cose perché alla fine rimanessero praticamente uguali a prima ma mischiate, così accanto alla fotocopiatrice non c’è più un piano di appoggio che faceva comodo e arrivare al citofono è diventato acrobatico. In più un computer con gli spostamenti ha smesso di funzionare.
Alla fine lui era soddisfatto che le cose erano cambiate, si sarà sentito moderno e innovatore, anche se a ben guardare abbiamo solo perso tempo (come ha commentato un mio collega: cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia). Ma la sostanza delle cose, si sa, non è di moda.
Ecco, mi sono venuti in mente i politici quando parlano di “elementi di discontinuità col passato” (senza a stare a rimasticare la consunta citazione gattopardesca).

martedì, 24 novembre 2009

 

Adagio con gli adagi

Se siete in preda a forti dolori addominali e vi rotolate in terra come un centravanti di vent’anni sfiorato in area di rigore, oppure se camminando a piedi nudi avete appena sbattuto il quinto dito contro uno spigolo e state saltellando sull’altro piede bestemmiando tutti gli dei del pantheon, oppure siete in una qualsiasi situazione di forte sofferenza e arriva uno che vi comunica “in questo momento quasi ottocentomila persone in tutto il mondo hanno il tuo stesso dolore”, voi per caso smettete di rantolare per esclamare “evviva!”? Vi mettete a correre intorno esultando (con solo un lieve zoppichio)?
Non credo.
E allora chi l’ha detto “mal comune mezzo gaudio”?
 

 

Nozioni di base

Una cosa che una volta (quand’ero ragazzo) mi ha detto una mia amica in vena di confidenze è che alle ragazze piace il sesso, come ai ragazzi.
Questa rivelazione mi aprì un paio di scenari:
quelle che la dànno in giro non sono “troie” (spregiativo) ma semplicemente si accontentano;
non è per scarso interesse nel sesso che non me la davano, ma semplicemente per scarso interesse in me.
A volte sono le notizie semplici che ci mancano, le nozioni base.
 
PS: tanto per rafforzare il concetto, specialmente il secondo, quella mia amica con me non andò più in là della confidenza.
 

 

Non svegliare l’imbecille che dorme

Gli imbecilli sono imbecilli, e vorrei si sapesse.
Molti imbecilli non fanno scemenze solo perché non sanno come farlo, perché non hanno idee abbastanza imbecilli: sono per così dire imbecilli “in sonno”.
Poi viene fuori una cosa (faccio un esempio: i sassi dai cavalcavia) e degli imbecilli sanno finalmente come esprimere la loro imbecillità.
Così spero che i telegiornali non si accorgano di una “moda” che si vede spuntare qua e là: divertirsi con le biciclette in sosta estraendo la camera d’aria da una ruota. Che bello immaginarsi la faccia del ciclista che trova la bici inutilizzabile! (e magari ha pure fretta, perché la bicicletta è un mezzo di trasporto) Che gusto immaginarselo a ribaltare la bici per la strada per rimettere a posto la ruota! Tutto qui, perché non si capisce quale vantaggio si possa avere, né quale soddisfazione.
Imbecilli.
A me non è successo (ancora no, mi hanno rubato il sellino, mi hanno rubato la bicicletta lasciando lì una ruota, me l’hanno rubata intera, ecc.) ma se ne vedono (anche nella rastrelliera dove lascio la mia), però non diciamolo in giro, lasciamo gli imbecilli senza idee.

lunedì, 23 novembre 2009

 

Quattro postini leggendo le notizie

Il ministro Alfano insiste con il calcolo dell’1% di processi che sarebbero troncati dal decreto “processo breve”.
Ma non spiega come è arrivato a questa cifra. Faccio delle ipotesi:
a) il 99% dei processi già si conclude velocemente (non credo sia così, e poi il decreto sarebbe praticamente inutile).
b) pressati dalla scadenza i magistrati sarebbero più alacri a concludere i procedimenti (posto che il problema sia l’indolenza dei magistrati, gli avvocati dei colpevoli si limiterebbero a ritardare il procedimento con assenze, impegni, richieste di rinvio molto più di quanto facciano adesso).
c) con le maggiori risorse che il ministro Alfano intende dare alla magistratura i processi saranno più rapidi (va bene, facciamo finta di credere che si daranno più risorse ai magistrati: che c’entrano i termini di prescrizione di due anni? Perché di questo si tratta)
d) non so, su due piedi non mi viene in mente altro. Qualcuno, cortesemente, vuole chiederlo al ministro Alfano? Una richiesta di una risposta tecnica, coi numeri, la documentazione, i calcoli fatti: una risposta matematica (dato che 1% è cosa matematica).
 
Berlusconi nominato rockstar dell’anno dalla rivista Rolling Stone. Scommettiamo che non lo capisce che è una pesante presa per il culo? Scommettiamo che se ne vanterà come fosse un complimento?
(“Ironia” è propriamente quella figura retorica per cui si dice una cosa facendo intendere il contrario.)
 
Il ministro Rotondi pensa che la pausa pranzo sia un danno per l’Italia, uno stop.
Io conobbi in una vacanza una ragazza taiwanese che voleva andare a lavorare in Spagna perché lì c’era la pausa pranzo (“vuol dire che la gente sa prendersela comoda, sa cos’è importante nella vita e sa viverla”); io le dissi che la pausa pranzo c’è anche in Italia; questa cosa dovette colpirla perché l’anno seguente venne a lavorare vicino Milano. Ma per una ditta che faceva orario continuato.
(Io dove lavoravo anni fa facevo la pausa pranzo di due ore in ufficio, mangiando sulla scrivania e spallandomi il resto del tempo.)
 
Nello zoo di Napoli hanno aperto un pronto soccorso per peluche.
Così si insegna debitamente che gli animali e gli oggetti in fondo sono la stessa cosa.
Complimentoni!
 

 

Merito crazia (sì, la merito)

La storia dei contributi dati alle università “migliori” mi fa tornare in mente un ricordo personale.

Il manifesto lo pubblicizzava come “seminario di drammaturgia”, e la drammaturgia mi interessava (a me piace scrivere, si comprenderà). Quando andai alla prima riunione mi trovai a dover fare un provino di recitazione: lo feci e lo superai (avevo già avuto qualche esperienza di palcoscenico, anche se non credo fosse il mio talento). Mi trovai a fare un corso di “espressione corporea” (terminologia molto tipica), pure interessante, e poi a metter su uno spettacolo il cui testo (nelle intenzioni dell’attore/regista) doveva nascere dalle nostre improvvisazioni in prova su un canovaccio (con tecniche di sperimentazione che non sto a descrivervi se non come cervellotiche).

Per inciso è idea diffusa tra gli attori che si possa creare un testo tramite improvvisazioni: non è vero. Può capitare che si limi un testo con il rapporto col pubblico, ma da sé non si crea (anche De Filippo diceva che con l’improvvisazione gli attori possono dire “eh già” ma non molto di più). Fine dell’inciso.

Insomma mi trovai coinvolto nella realizzazione di uno spettacolo “di ricerca”.

Che poi alla fine si appoggiò ad uno scrittore che ci mandava le pagine del copione via via che lo faceva. (Alla faccia della sperimentazione.)

Siccome a quei tempi (ora non ho idea) le compagnie ricevevano sovvenzioni ministeriali in base agli spettacoli e alle repliche messe in scena nella stagione precedente, allora per raggiungere il minimo di repliche cominciammo a fare “prove aperte” (cioè che il pubblico poteva assistere, teoricamente, perché non pubblicizzavamo la cosa e anche se l’avessimo detto a tutti non ci sarebbe – giustamente – venuto nessuno), con alcuni di noi a turno che stavano in platea col biglietto siae.

Allora ho capito che la ricerca di quel teatro “di ricerca” era quella dei “borderò” (e in definitiva dei soldi statali).

Ecco: la storia dei contributi alle università in proporzione ai risultati mi fa venire in mente questo.

 

PS: altre due cose che mi vengono in mente sono l’effetto “monopoly” per cui i migliori potranno migliorare, i peggiori non potranno che peggiorare e anche le “ricerche americane” sulle cose più idiote fatte pur di aumentare il numero di pubblicazioni.

domenica, 22 novembre 2009

 

Comunicazione tecnica

Pare che gli utenti che usano Explorer abbiano problemi a postare i commenti (perché pare che splinder stia implementando la possibilità di inserire video (oltre che immagini) nei commenti, non si sa perché, a cosa servano se non ad appesantire e rallentare il caricamento delle pagine). Pare che per risolvere il problema basti svuotare la cache.
Cioè “Strumenti – Elimina cronologia esplorazioni – Elimina file temporanei di internet”.
Pare.
 

 

Mi manca Antonio?

Antonio (nome di fantasia per identificare L.) è il mio amico di molti anni fa, con cui poi ci siamo persi di vista e ora non ci frequentiamo più, con cui ci capivamo al volo e avevamo lo stesso senso dell’umorismo, con cui si poteva rilassarsi ma che pure poteva sorprendermi: un vero amico.

Ma poi la vita fa così, ci si perde, e se ci si rincontra ad un centro commerciale si capisce che non abbiamo più molto in comune, più nulla da dirsi.

E allora mi manca Antonio? O piuttosto mi mancano quei tempi e quello che facevamo e che eravamo?

Mi manca Antonio? O piuttosto mi manco io?

 

 

Camerieri erranti

Quando mangio al ristorante non mi piace che il tizio passi a chiedermi “tutto bene?” (addirittura qualcuno più volte). Mi aspetto che per il suo lavoro capisca se mi va tutto bene da discrete occhiate a come mangio, a come mi guardo intorno, all’espressione che ho. Anche perché come cameriere deve tenermi d’occhio senza farsene accorgere: non voglio sentirmi osservato, ma neanche sbracciarmi per un quarto d’ora per avere dell’altro pane. Il suo mestiere è quello, mica portare quattro piatti su per il braccio: per quello basta una scimmia col carrello.

sabato, 21 novembre 2009

 

La domanda in più

Spesso i giornalisti, che di lavoro dovrebbero fare le domande, mancano di fare quella domanda in più, inaspettata, che mette in difficoltà l’intervistato. Forse al posto dei giornalisti dovremmo metterci dei negozianti.
A me succede sempre che mi chiedano qualcosa che non so: “monofase o trifase?”, “di tipo tedesco o italiano?”, “bianco latte o bianco neve?”, “decimale o in pollici?”, “il tubo che misura ha?”
Non è standard?
“Eh, no: può essere da venticinque, venticinque e due, venticinque e quattro…”
Perché mai il tubo-sella delle biciclette devono farlo di misure diverse? Quanta differenza funzionale ci sarà mai tra un tubo da venticinque millimetri e uno di venticinque e due? Perché in un mondo globalizzato devono restare queste sacche di medioevo?
 

 

Carta igienica

Noto solo adesso che è passato inosservato, qualche mese fa, il decennale del mio diploma come “addetto antincendio in attività a rischio incendio medio”.
Allora ero in un’altra ditta, ma ora il diploma torna comodo in questa dove lavoro adesso.
Un pezzo di carta e la prevenzione incendi è a posto, il datore di lavoro ha il culo coperto.
Ovvio che io di un corso di otto ore fatto dieci anni fa non mi ricordo assolutamente nulla, e sono utile come operatore antincendio come un nano da giardino. La mia unica speranza è che non succeda mai niente.
Perché la prevenzione pare sia questa: si fa una legge per pararsi il culo in cui si obbliga a procurarsi pezzi di carta, procurarsi pezzi di carta per pararsi il culo. Legislatori, datori di lavoro, controllori, consulenti ci mettono i pezzi di carta, e i lavoratori cosa ci mettono?
 
(come sono diventato volgare!)

venerdì, 20 novembre 2009

 

Allarmato sociale

Nella monumentale raccolta dei piccoli segni della decadenza civica dell’Italia non potrà mancare un capitoletto dedicato al cosiddetto “allarme sociale”.
L’allarme sociale è la misura dei reati in base alla moda del momento. Non corrisponde alla gravità, che sarebbe un concetto più ragionevole, e pure più comodo: dato che per un vecchio e polveroso principio giuridico (difficile da svellere, come l’altro per cui “la legge è uguale per tutti”, che se anche levi le lettere di bronzo dal muro rimane leggibile nell’impronta, porca miseria!) la pena dev’essere commisurata alla gravità del reato; così per vedere quali reati sono considerati più gravi basta segnarci accanto la pena prevista.
No, l’allarme sociale è ciò di cui si parla in giro, il chiacchiericcio da pausa caffè, il commento al telegiornale.
Uxoricidio: allarme sociale scarso (era una così brava persona); evasione fiscale: allarme sociale nullo (che è un reato?); taccheggio di un italiano: allarme sociale prossimo a zero (che sarà mai: sai che hanno una voce di bilancio apposta?); taccheggio di uno zingaro: allarme sociale a mille (Xxxx!!!!); eccetera.
La comodità dell’allarme sociale è che si possono mettere insieme la mafia e il turpiloquio con nonchalance, basta che i telegiornali e i talk-show ne parlino per qualche mese, si possono escludere la corruzione e l’inquinamento radioattivo, basta che telegiornali e talk-show li ignorino per un po’.
Forse il capitoletto andrebbe messo nel volume dedicato a “quarto potere e formazione dell’opinione pubblica”.
 

 

Postgiudizi collettivi

Io, come tutti, coltivo i miei bei pregiudizi e razzismi. Poi, però, quando ho rapporti diretti con gli individui riparto da zero, evito di farmi influenzare, in un senso o nell’altro, nel giudizio, per esempio quando incontro un francese o un paracadutista o un guidatore di Smart o un bocconiano. Poi l’individuo può risultare più o meno corrispondente allo stereotipo.
Finora c’è solo una categoria che si è confermata nel giudizio negativo in tutti gli individui con cui ho avuto contatto: i tassisti italiani (e anche parecchi esteri, ma gli italiani sono compatti). Ma non dispero di trovare eccezioni, prima o poi.

giovedì, 19 novembre 2009

 

Teatrino

Da giovanotto andavo a teatro abbastanza spesso. Trovandomi per un periodo in una città lontana (per il servizio militare, diciamolo) una cosa che feci fu l’abbonamento al teatro cittadino. Ho anche fatto teatro per qualche tempo (mi registrai come attore, e ricordo anche una memorabile esperienza come addetto alla macchina del fumo).
Poi gradualmente ho diminuito, e ora ho praticamente abbandonato il teatro. Perché il teatro richiede energia, anche come spettatori: è roba da giovani.
Lo spot televisivo a favore del teatro che hanno presentato oggi ha come protagonista Gianni Letta (che non si capisce chi dovrebbe attirare: sembra più uno spot che promuove lui invece che il contrario), scorrono le immagini di attori vecchi (si parte da Albertazzi, il più giovane è forse Luca De Filippo), di opere drammatiche in allestimenti paludati e accademici. Ignorato il teatro da ridere, musicale, sperimentale, ironico. Tutto trasuda noia e vecchiume.
Io se fossi giovane a guardare quello spot penserei che il teatro è roba da vecchi.

PS: però più ci ripenso e più mi convinco che lo spot è fatto per promuovere Letta.

 

 

Giovanotto ricco di famiglia

Il giovanotto è ricco di famiglia: parla e si muove da ricco di famiglia, e perciò è simpatico come una colica renale.
Va su e giù per la stanza, ride delle sue battute, non può sospettare che l’attento blogger lo sta osservando per trasferirlo in un post.
Racconta che gli hanno comprato una “casetta” (nell’area più cara da questa parte del Mississippi) ma che la vuole rivendere perché non gli va bene (forse la tappezzeria non si intona alla cravatta, chissà).
Di lavoro ha un negozio di lusso, ma si capisce che è un lavoro per modo di dire perché non distingue una fattura da un biglietto del bus, e per compilare un documento di trasporto porta tutto il blocco e lo porge come se a scriverci lui rischiasse una qualche malattia.
Tira sui prezzi, chiede un cofanetto in regalo.
Nella classifica della mia stima sta più o meno al livello della melma.
In regalo gli darei un impiego da scaricatore di ghiaia dalle chiatte sul Mekong (e non precario, posto fisso).
Però è solo invidia. Anch’io vorrei non sapere come si compila un documento contabile, anch’io vorrei non avere idea di cosa vuol dire lavorare, anch’io vorrei avere più case di quelle di cui ho bisogno. E invece sono solo simpatico come una colica.

mercoledì, 18 novembre 2009

 

Vivere l’incredibile

Secondo me non si è messo abbastanza in evidenza l’aspetto grottesco di un evento per cui la caricatura di un anziano dittatore imbalsamato viene in Italia, chiede duecento belle ragazze in minigonna per una conferenza sul Corano, (le chiede proprio così, selezionate coscialunga) e le ottiene. E quelle ci vanno (per soli 50 euro e una copia del Corano). E la notizia passa come normalità.
È il delirio machista di un autore satirico sotto acidi: arringare una platea di figone in tiro (che immagino interessate all’Islam come alla pesca a mosca o alla morfologia dei licheni).
Al confronto il Chaplin di Hynkel e Napaloni sembra neorealista; siamo nel campo paradossale e visionario dei migliori Monty Python, di Woody Allen da giovane: Gheddafi esplora i limiti del ridicolo e scopre che in Italia non esistono, sono stati scardinati. Escogita l’idea più assurda e improponibile (avrà fatto una scommessa con un amico) e in Italia non si batte ciglio (scommessa vinta).
Speriamo che la prossima richiesta sia la testa di B. così almeno uno dei due coglioni ce lo togliamo di torno.
 

 

Dimmi quanto quanto quanto

Gli hanno spaccato la faccia mentre i tassisti scappavano o facevano finta di non essere lì.
E il giornalista chiosa “tutto per un cellulare”.
Come quando sottolineano di gente uccisa “per venti euro”, “per l’incasso di una giornata”.
Poi, a domanda diretta, certo direbbero “per carità, nessuna cifra, nessun motivo sarebbe sufficiente”, ma intanto il loro modo di porre la cosa esplicita il loro modo di pensare.
Per quale cifra è giustificato ammazzare?
Non dicono mai “un’uccisione per appena un milione di euro…”
No, non lo dicono perché la questione non è che la vita umana non ha prezzo: è valutare quanto.
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