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sabato, 19 giugno 2010  

Sregolati

Pare che anche Draghi sia d’accordo che ci vuole più libertà per le imprese. (Si unisce a Tremonti, Berlusconi, Confindustria, che a dire la verità sono tutti della stessa fazione; come elencare dieci automobilisti favorevoli a eliminare le strisce pedonali.)
Ok, diamo impulso alle imprese togliendo un po’ di regole, liberalizzando l’iniziativa: mi sta bene. Così i farmacisti non saranno più una casta con le licenze bloccate. Così i tassisti saranno imprese libere e ci potrà essere libera concorrenza. Così magari pure fra i notai ci sarà meno impermeabilità. Così anche il mercato di giornali e televisioni sarà liberamente accessibile alle nuove imprese.
Mah, mi sa che ho frainteso…
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Ministri e ministri e ministri

E così abbiamo il nuovo “Ministro per il Federalismo” (lo chiamano così i giornali, non ho trovato la denominazione ufficiale).
Un ministero di cui tutti noi sentivamo il bisogno, e infatti ci chiedevamo “ma come facciamo senza un ministro per il federalismo?”
Soprattutto se lo sarà chiesto Umberto Bossi, che nominalmente è “Ministro per le Riforme per il Federalismo”.
Qualcuno si chiede anche cosa dovrebbe fare, a cosa serva questo nuovo ministero.
Qualche malalingua dice che serve ad evitare (grazie al legittimo impedimento appena introdotto col Lodo Alfano) il processo per appropriazione indebita al neoministro Brancher (con precedenti da PSI ai tempi di Mani Pulite, in carcere per falso in bilancio poi depenalizzato da Berlusconi e finanziamento illecito al partito andato in prescrizione: notizie stranamente omesse nella sua biografia sul sito del Governo), qualcun altro che sia una caramellina alla Lega per far tacere i presidenti di regione leghisti (che si sono accorti che l’attuale governo centrale scarica il barile delle spese e delle magagne sulle autonomie locali), ma io credo che ci siano altri motivi, molto più seri, e delle necessità effettive dell’intera nazione.
È che non riesco a trovarle.
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Calcio chiacchierato

A me piace guardare le trasmissioni sui mondiali di calcio: ore e ore a parlare di inezie di nessuna cura. Mi ricorda quando da ragazzino guardavo le maratone elettorali, in cui passavano le giornate a commentare le proiezioni e risultati ancora implausibili, facendo lunghi discorsi senza alcuna sostanza (“abbiamo vinto”).
E poi c’è di bello che si parla di calcio senza tifo, di squadre di cui non importa un fico secco a nessuno, e allora ritorna un gioco e non una fede assoluta, e si parla con leggerezza.
Magari un paio di appunti ce li avrei.
Date a Mazzocchi degli occhiali normali, che la collezione delle montature più brutte del mondo non lo rendono caratteristico, ma fastidioso agli occhi (quantomeno ai nostri).
Costanzo e Galeazzi, che ci stanno a fare? Non ci sono due commentatori più vispi e meno che ottuagenari?
Perché mandare a fare le trasmissioni da uno studio in Sudafrica? Consideriamo che la stessa trasmissione, con le stesse persone nella stessa scenografia e gli stessi commenti (perché poi guardano le partite in televisione pure loro, non è che si spostano in tre stadi al giorno) la potrebbero fare da Saxa Rubra e risparmiare in costi alberghieri. (Io per tutta la prima puntata che ho visto ero convinto che fossero in Italia.)
Ma soprattutto trovo tremende le scenette di battibecco fra Collovati (odioso, che davvero sembra non reggere Tombolini) e Tombolini (che sta al gioco e perciò è insopportabile, anche perché sembra non aver capito che Collovati parla sul serio).
Per il resto lo trovo uno spettacolo ipnotico, come l’oblò della lavatrice, le televendite di frullatori miracolosi, gli acquari tropicali, il volo degli storni…
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venerdì, 18 giugno 2010

 

Un mondo migliore

Se potessi mi piacerebbe vivere in un telefilm americano.
Nei telefilm americani sono tutti intelligenti, spiritosi, quando dicono scemenze lo fanno apposta, hanno ritmo, quando ci sono dei guai comunque si risolvono con una risata entro mezz’ora (al massimo due).
L’unica cosa che mi disturberebbe è la gente che mi ride fragorosamente alle spalle (mi sentirei osservato).
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giovedì, 17 giugno 2010

 

Vecchio porco no (vecchio no)

Mi sono voltato, appena appena, di riflesso, ma l’occhio ce l’ho buttato.
Era una morettina riccia con la minigonna.
“Va là che potrebbe essere tua figlia!”
Ora, a parte il fatto che se fosse mia figlia probabilmente lo saprei. Non è che quando un uomo si volta a guardare una bella ragazza per la strada lo fa perché vuol farne la sua fidanzata: lo si fa per godimento della vista, perché è piacevole guardare le cose belle (ragazze, paesaggi, sculture, orologi a cucù, macchinette mangiasoldi…). Non è desiderio erotico, ma semplice apprezzamento estetico.
Una cosa del tutto innocente, insomma. Non è che se mi volto a guardare un bel palazzo è perché lo voglio possedere carnalmente.
(Però mi sono preso del vecchio porco a cui piacciono le ragazzine.)
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mercoledì, 16 giugno 2010

 

Domande sospese

Ci sono volte che certe domande vorrei farle davvero, per curiosità delle risposte, ma non posso, perché sarebbero interpretate come aggressioni e rischierei un cazzotto sul naso.
Per esempio: la strada è bloccata, non si passa, le auto sono tutte ferme, persino i motorini. Io scendo dalla bicicletta e spingendola vado sul marciapiede (perché ODIO chi va in bicicletta sul marciapiede).
Qualcuno comincia a suonare il clacson: è ovvio. Meno ovvio è il perché lo fa, e glielo vorrei chiedere: “scusi, perché sta suonando il clacson?”
– “Sa, mi è venuto il dubbio che stiamo tutti qui fermi perché qualcuno là davanti è narcolettico, e allora ho pensato che una segnalazione acustica possa risvegliarlo. (E badi che in città suonare il clacson è vietato, quindi faccio il bene comune a mio rischio personale.)”
– “Perché chi sta fermo lì davanti sappia che siamo spazientiti qui dietro (perché da sé non lo immagina) e allora si sbrighi a togliersi di mezzo (perché senza sollecitazioni non ci penserebbe nemmeno a levarsi di lì, magari ci si trova bene).”
– “Perché sono inquieto e mi sfogo facendo un inutile rumore fastidioso.”
Non so francamente pensare risposte tanto migliori (ma la più probabile sarebbe davvero un “Che cazzo vuoi, eh?” perché in certi casi è facile passare alla confidenza del “tu” rafforzata da un cazzotto sul naso).
 
Procedendo arrivo alla causa dell’ingorgo: un’ambulanza, un ferito in terra, un motorino disteso, una platea di curiosi. Perché stanno lì a guardare? Glielo vorrei chiedere: “scusi, perché sta qui fermo e con le braccia conserte a guardare?”
– “Perché ho dimenticato la telecamera a casa.”
– “Perché nella mia vita piatta non succede mai niente ed essere testimone di un incidente stradale è una delle cose più eccitanti degli ultimi mesi: mi godo il momento. Se sono fortunato muore.”
– “Che cazzo vuoi, eh?”
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martedì, 15 giugno 2010

 

Con le mani nel vasetto

Lasciatemi così: io vivo altrove.
 
Secondo quanto ho capito della “tecnica Lenny Bruce” io posso dire che il verso è mio, posso prendermi i complimenti, riscuoterne i diritti d’autore, e persino arrabbiarmi se qualcuno ne fa passare una parte per sua. Però le responsabilità per il contenuto e per la forma posso rinviarle a Ungaretti e Pascoli. E non è neanche plagio perché… (non ho ben capito perché: forse si nega l’esistenza del plagio in sé, quando non lo fanno gli altri).
Sarà, ma la logica non mi pare reggere.
Io ne ruberei un’altra.
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lunedì, 14 giugno 2010

 

Fiato sprecato

Se vi parlo di spreco di risorse, di tecnologia sovradimensionata, magari voi pensate ai suv, che dislocano una tonnellata e mezza per trasportare trenta chili di bambino alla scuola all’angolo, o per impressionare sessanta chili di bionda (pure tinta, e antipatica). Oppure potreste pensare al vostro computer, che ha la velocità e la potenza sufficienti a mandare in orbita un’astronave e viene usato per fare i solitari con le carte. O anche al cellulare, che con tutte le sue dodicimila funzioni usate solo per telefonare (io almeno lo uso solo per quello, e anche poco).
D’altra parte non è che uno che si compra un suv debba per forza trasportare quintalate di roba su per gli sterrati, e neanche uno dovrebbe mettersi a lanciare un satellite alla settimana, o sentire le mille sonerie del cellulare per il solo fatto che ce l’ha (c’è gente che fa anche questo…).
No, lo spreco di energia e di tecnologia che ho in mente io adesso è quello di due capi scout. Due tizi in pantaloncini corti che nel cortile parrocchiale sotto le mie finestre, per far giocare a bandiera una ventina di ragazzini hanno reputato indispensabile usare un megafono. Un megafono che facesse giungere la loro voce a tutte le orecchie del quartiere. Cosicché i bambini sono stati investiti da miliardi di decibel, e io ho distintamente rinfrescato il regolamento di questo simpatico gioco, nonché i numeri naturali interi compresi tra uno e dieci in ordine sparso (più e più volte ciascuno).
Forse però in questo caso la tecnologia sprecata non è quella del megafono, forse in questo caso lo spreco è il cervello.
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domenica, 13 giugno 2010

 

Una memoria di Ferro

Pare stia per uscire l’attesissima autobiografia di Tiziano Ferro (attesissima!).
L’ho sentito al telegiornale (nientemeno che una notizia da telegiornale!).
Ora, di primo acchito ci si chiede cosa mai avrà da raccontare un giovanotto dalla vita ancor breve come Tiziano Ferro e ci si chiede “ma chi se ne frega?”. Ma poi uno pensa che l’importante non è cosa è successo, ma come viene raccontato: più che i fatti valgono i pensieri e gli insegnamenti che ne derivano. Forse il Ferro è insospettabilmente un filosofo.
Però pare che l’attesa notizia contenuta nel libro (addirittura un libro) sia se il Ferro è omosessuale (come si vocifera) o no.
Era necessario tutto un libro? Non bastava un trafiletto? E alla fin fine, in ultima analisi, a freddo, dopo averci pensato un po’: ma chi se ne frega?
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Per piacere alle donne

Per piacere a una donna non ci vuole poi molto. Basta essere intelligenti, spiritosi, ingenui ma furbi, belli e ricchi, dolci e rudi, discreti e sfacciati, corretti e stronzi, gentili e violenti, imprevedibili ma rassicuranti, matti e tranquilli, cinici e sensibili, autoritari ma rispettosi, fare e non fare, dire e non dire, ubbidire e ribellarsi, avere carattere ma anche tutti gli altri; basta essere tutto.
E poi ci sono quelle esigenti.
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sabato, 12 giugno 2010

 

Mi sento assediato dall’imbecillità

Il nuovo internet banking (tra fusioni, cessioni, rinnovi devo imparare un sistema alla settimana) vuole una password tra 5 e 32 caratteri fra cui almeno una maiuscola, una minuscola, un numero e un carattere speciale (e poi andrà cambiata ogni mese e non potrà essere uguale alle tre precedenti).
Vaffancul0! gli va benissimo.
Il mio capo mi ha chiesto se lo zero è maiuscolo o minuscolo.
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mercoledì, 09 giugno 2010

 

I colpi di un’ingiusta sorte

Io sarò anche un ateaccio cinico e col cuore di pietra, ma francamente mi è difficile non classificare il “fervore della fede” dei santi, il loro “eroismo”, nella casella con l’etichetta “fanatismo”.
Hanno fatto “beata” una povera ragazza diciassettenne che per sopportare l’idea di un cancro alle ossa che l’ha uccisa nel giro di un anno ha dato di matto buttandosi sulla religione: ha parlato con la Madonna, si è innamorata di Gesù.
Davanti a certi colpi insopportabili (del destino, del caso, o della volontà di Dio, come preferite) la mente trova i modi più diversi per sopravvivere: a seconda di come impazzite potete diventare santi o suicidi indifferentemente.
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martedì, 08 giugno 2010

 

Ignoranza e tv

Stamani la mia collega rideva di iersera, in cui in “La pupa e il secchione” una tizia, come autore dell’inno nazionale, aveva indicato “Mamelo Mameli”.
Ah, le risate…
Chissà se lo sa la mia collega chi è l’autore dell’inno.
Immagino che arrivi a Goffredo, ma lo saprà se ha scritto i versi e/o la musica? E casomai chi ha scritto il resto? E saprà anche il titolo? (Che non è “l’inno nazionale”…)
È sempre facile ridere dell’ignoranza degli altri.
(Tipo in questo post, per esempio.)
 
Di passaggio, a proposito, ho visto ieri sera “la ghigliottina” con la concorrente che ha dato la risposta giusta di botto (non era difficile, l’avevo indovinata anch’io), ma poi non ha saputo spiegare neanche uno degli indizi proposti, anzi dàndone un paio completamente sbagliati. Il “corridoio” del Ponte Vecchio sarebbe un “corridoio stradale”, nel tennis il “corridoio” sarebbe una specie di colpo, il legame con “posto” l’ha dovuto spiegare il presentatore, al “corridoio di Danzica” ha detto “ecco, questo lo conoscevo” (ma solo dopo che l’ha detto l’altro).
Ora, francamente, la prossima volta che suggerite la risposta ad un concorrente o scegliete qualcuno più vispo, che non si faccia scoprire, o gli fate un corso più approfondito.
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lunedì, 07 giugno 2010

 

L’infame

Cercando per bizzarri motivi (le mie curiosità sono sparpagliate e inconcludenti) notizie e foto riguardanti la mafia di Chicago degli anni ’20 sono incappato in una raccolta di foto segnaletiche di esponenti di Cosa Nostra, da Capone a Gotti.
Tra queste ce ne sono alcune particolarmente agghiaccianti, a cui è difficile trattenere la rabbia. Sono quelle in cui gli arrestati sorridono.
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liczin | 14:06 | commenti

venerdì, 04 giugno 2010

 

Figuriamoci l’accusa…

Tornando sulla questione dell’assalto israeliano alla nave turca, proviamo a spiegarci la linea difensiva israeliana rapportandola ad una situazione più familiare, quotidiana.
Per esempio invece di una nave in acque internazionali pensiamo ad un camper in un parcheggio pubblico.
Allora: c’è questa nave (il camper) in acque internazionali (in un parcheggio pubblico) e viene assaltato da militari (diciamo dei poliziotti) fuori della loro competenza (diciamo che i poliziotti sono bulgari) che irrompono dentro (sfondano la porta) e ci trovano sopra gente che li picchia con un bastone (tipo un ombrello), e allora gli sparano (e li ammazzano). Poi invocano la legittima difesa.
Ora, rileggendo solo la metafora.
C’è questo camper in un parcheggio pubblico e viene assaltato da poliziotti stranieri, che entrano sfondando la porta e ci trovano sopra gente che li picchia con un ombrello, e allora gli sparano e li ammazzano. Poi invocano la legittima difesa.
Ecco, questa è la linea difensiva israeliana.
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Quiz pro quo

Giorni fa sentivo uno che si lamentava dei quiz televisivi, che dànno i soldi troppo facilmente: “Una volta, ai tempi di Bongiorno – diceva – li vinceva chi se li meritava: rispondevano a domande difficilissime!”
Ora, a parte che imparare a memoria tutto lo scibile su un certo argomento (che siano le opere di Verdi o la storia della Ferrari, l’elenco telefonico di Torino o le vite dei santi) non mi pare un così grande merito, va considerato che i quiz sono uno spettacolo come un altro, e che le domande troppo difficili e specialistiche impediscono al pubblico da casa di partecipare.
Però in effetti sempre più spesso si chiede ai concorrenti cosa ci faranno con tutti quei soldi, e lì si scoprono banali piccole necessità e desideri (del resto cosa ci si dovrebbe fare? alimentare il caminetto?): estinguere il mutuo, fare un viaggio, comprare casa, cambiare l’auto, ecc. quando non ci sono di mezzo necessità più gravi…
Così stamani ho pensato ad un format televisivo (come al solito…): tramontato il merito, in parabola discendente la semplice fortuna, potrebbe essere il turno del bisogno.
In studio due concorrenti, che cercano di convincere il pubblico di avere bisogno dei soldi in palio (per esempio centomila euro). Magari per categorie omogenee si potrebbe assistere a scontri fra chi ha un parente malatissimo e bisognoso di cure costose (e via con l’esibizione di referti medici, lacrimosi rendiconti di calvari strazianti, il conduttore che si commuove, e via così); un’altra sera, per variare, ci potrebbero essere due giovani aspiranti imprenditori che propongono la loro idea innovativa su cui investire; un’altra puntata potrebbe essere su due signore per dei ritocchi di chirurgia estetica; qualche altra volta si potrebbero mettere contro senzatetto, aspiranti giramondo, gente che vuole farsi tatuare, capi di sette religiose, collezionisti di putti in gesso, due che vogliono aprire un asilo per scimmie, che vogliono comprare un camper o che vogliono sputtanarsi tutti i soldi con le escort e via così
Poi si va al televoto e la settimana successiva chi prende più voti prende tanti soldi in base alla percentuale (per esempio chi prende il 64% dei voti riceve 64.000 euro, l’altro niente).
E poi all’ultima puntata, e magari nelle stagioni successive, si possono mostrare i passati vincitori cos’hanno combinato (e chi non si è potuto permettere il polmone d’acciaio per il marito che dice “oh beh, in fondo è solo un gioco”).
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giovedì, 03 giugno 2010

 

Pittura e induzione alla menzogna pietosa

Fra le iatture che possono capitare c’è un’amica che fa un corso di acquerello.
La quale amica fa benissimo a sperimentare le diverse sfumature e tecniche, e a fare decine di studi sullo stesso fiore e la stessa bottiglia (ma perché le bottiglie dei pittori sono marroncine? E poi i gatti dovrebbero essere soggetti vietati per legge), ma dovrebbe capire che non tutti vanno incorniciati e soprattutto non tutti vanno mostrati ai poveri amici.
I poveri amici sono costretti a commentare “bello!”, “bello anche questo!” e “delizioso!” con gran uso di superlativi e punti esclamativi.
A me in questi casi viene in mente un personaggio di Achille Campanile (non ricordo in quale romanzo, perdonatemi), che teorizzando la necessità del crescendo (dopo un bello non puoi passare al carino, e non puoi terminare con “mi piaceva più il primo”) una volta che il pittore gli preannunciò centinaia di quadri cominciò i suoi commenti con “stomachevole”, “orribile” e cose del genere in modo da poter arrivare gradualmente al “meraviglioso” e “splendido” (ma quel personaggio lì, quella volta, non fece in tempo ad arrivare neanche al “passabile”, e forse si dovrebbe fare davvero così).
Notevole è poi la mostra di fine corso in cui i dodici allievi espongono dodici studi identici (e dico identici) tutti sulle stesse arance (e tutti brutti) e tu devi
a) trovare le piccole differenze tra un quadro e l’altro;
b) usare queste piccole differenze per giustificare il fatto che quello della tua amica è il migliore di tutti (anche, ovviamente, se non è vero).
“Sono belli tutti, ma il tuo… non saprei spiegarlo… ha… ha un espressività diversa…”.
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martedì, 01 giugno 2010

 

Provvedimenti invalidi

Si possono fare economie in molti modi diversi, per esempio in modo equo o iniquo.
Per esempio.
Ci sono troppi invalidi in Italia: un numero inverosimile. E allora che si fa?
Si vanno a controllare per scovare quelli falsi e condannarli per truffa?
Si perseguono i medici compiacenti e i funzionari corrotti?
Macché, niente di tutto ciò.
Si innalza la soglia percentuale per avere diritto alla pensione. Così ai veri invalidi all’80% (per esempio senza un braccio) non diamo un centesimo. Per i falsi invalidi (per cui fingere il 50, o 80, o 100% è assolutamente lo stesso), non cambia niente.
A voi potrà sembrare la via iniqua all’economia…
E invece è la strada geniale verso la soluzione del problema. Basta continuare ancora un po’ così, poi gli invalidi con pensione saranno tutti solo quelli falsi; a quel punto si acchiappano tutti in blocco e poi con i risarcimenti si dànno pensioni e arretrati a quelli veri.
Geniale no?
E magari avete pensato male del governo…
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lunedì, 31 maggio 2010

 

Reazione proporzionata

Uno stato mediorientale ha assaltato navi di civili: pacifisti occidentali in acque internazionali uccidendone alcuni (c’è chi dice dieci, chi venti, chi di più: le notizie sono ancora confuse).
Quale reazione vi aspettate dalle nazioni occidentali?
– Bombardamenti
– Embargo commerciale e finanziario
– Una vibrante lettera di protesta con su scritto “Eh, non si fa così! Birbanti!”

aggiornamento del 2 giugno:
l’Italia, in sede Onu, ha votato contro un’inchiesta indipendente internazionale sull’accaduto. In effetti se un esercito regolare nazionale uccide dei civili in acque internazionali l’inchiesta della stessa nazione è più che sufficiente, purché promettano (dicendo “giurin giurella”) di essere obiettivi. D’altronde… che interesse avrebbero mai a mentire?…

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giovedì, 27 maggio 2010

 

Lost (perso)

Io qualcuno che ha seguito Lost lo conosco. Mio zio, per esempio.
E mi dicevano “eh, ma se non l’hai visto dall’inizio non ci capisci niente”.
Ora è finito, e quelli che conosco che l’hanno visto (mio zio compreso) sono rimasti delusi dal finale.
Alla luce di ciò: io che non ne ho visto neanche dieci minuti (e che non ne ho mai sentito il desiderio), mi sono realmente perso qualcosa?
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mercoledì, 26 maggio 2010

 

Provincialismi

Ho una certa (penso legittima) curiosità su quali sono le province che dovrebbero sparire secondo la corrente proposta di tagliare quelle non frontaliere con meno di 220mila abitanti. E ho anche un certa (penso legittima pur questa) curiosità sul perché siano state recentemente create alcune di queste. Ma la più forte (e spero pure legittima) curiosità che ho è sul perché facciano eccezione le province frontaliere, e perché la soglia proprio a 220mila abitanti.
Per avere un’idea ho consultato Wikipedia.
Pare che Biella, Massa Carrara, Ascoli, Fermo, Rieti, Isernia, Matera, Crotone, Vibo Valentia salterebbero. Restebbero salve Asti (220.156 abitanti, presieduta da un’ex sottosegretario di Tremonti), Sondrio (182.084 abitanti, ma frontaliera, nonché città natale di Tremonti).
Io credo che siano coincidenze: dài, non è possibile che siano così sfacciati. <!–

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Remigini again

La proposta di prolungare le vacanze scolastiche fino al primo ottobre (com’era quando io andavo alle elementari) cozza sui bisogni della gente.
Perché la necessità delle persone non che non può andare alle Maldive perché i ragazzini devono andare a scuola; la gente non vuole questo. La gente ha bisogno di un posto dove parcheggiare i figli mentre va a lavorare.
Per il resto i blabla su formazione, preparazione, cultura, generazioni future, competività e simili arie fritte sono solo balle ipocrite. <!–

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Le tasche degli italiani

Un paio di appunti sulla manovra economica annunciata, in particolare sulla questione del “mettere le mani nelle tasche degli italiani”.
Prima di tutto l’espressione è terribile e persino incivile. Se in un circolo i membri pagano le quote per avere l’affitto della sede, o se in un condominio si paga la propria parte per rifare l’ascensore dite che vengono messe le mani nelle tasche delle persone? Non è lo stato che va a frugare nelle case dei cittadini: semplicemente i cittadini fanno la propria parte (dovrebbero).
La seconda cosa, più nello specifico, è che contrariamente alle dichiarazioni non è vero che “non si mettono le mani nelle tasche degli italiani”, ma piuttosto che vengono alleggerite le tasche solo di alcuni italiani. Nei prossimi due anni i dipendenti pubblici guadagneranno progressivamente di meno (perché non è che i prezzi delle cose, le bollette, gli affitti e le altre spese nel frattempo smettano di crescere), non si pagheranno le pensioni a chi ne ha diritto per alcuni mesi in più: a questi italiani sì che si mettono le mani in tasca. <!–

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martedì, 25 maggio 2010

 

Agata blu

Le pietre mi piacciono, così mi avvicino al banchetto dei minerali, c’è un sasso che mi piace e tratto l’acquisto.
L’uomo mi dice che è agata blu: “ci crede alla cristalloterapia?”
Gli rispondo di no.
“Ma glielo dico lo stesso: l’agata blu combatte lo stress. La porta con sé, la tiene in tasca, e nei momenti di stress la prende in mano, la manipola.”
Grazie, in questo modo funziona qualsiasi sasso, il portachiavi, un pezzo di plastica: evito di dirlo perché non vorrei mi parlasse di “vibrazioni”. Abbozzo un sorriso con uno sguardo da cui spero capisca la mia opinione (“tutte cazzate”) se non l’ha già intuita.
Io poi quello di tenere in mano un oggetto e manipolarlo per rilassarmi lo faccio già, ma con le frasi: mi vengono in mente, le faccio girare in testa, le modello, le cambio, le fletto, ecc. Poi qualche volta le uso in un post, ma più spesso una volta consumate le butto via (nell’indifferenziato).
Ieri sera la frase era “Guardava la vita col distacco di un bassista.” E consideravo che l’immagine del bassista è di quello più flemmatico, che non si scalmana, ma che però a differenza della voce, o della chitarra non può fare da sé: ha bisogno degli altri. Persino la batteria ha una sua autonomia (senza elettricità gli basta di togliere la coperta dalla grancassa e riempie ugualmente il club del suo ritmo). Così quello che sembra più distante è in realtà il più dipendente dagli altri.
Facevo queste considerazioni mentre manipolavo la frase.
Alla faccia dell’agata blu.
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domenica, 23 maggio 2010

 

Martin Gardner

Martin Gardner è morto.
Voi probabilmente non sapete neanche chi era, ma vi assicuro che era una gran bella testa.
Un omaggio è il minimo che posso fare.
Gli resterò sempre debitore.
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sabato, 22 maggio 2010

 

Front-man

Mi dice il nome, ne parla con entusiasmo, mi dice che a casa ha le fotografie (“è bellissimo”), gli scrive, gli manda anche dei disegni.
Il bambino che ha adottato a distanza.
Io non so come funzioni esattamente la cosa, ma francamente spero che lo freghino (in senso buono, s’intende). Voglio dire che spero che lo stesso bambino (fotogenico e simpatico) sia adottato da più persone qua e là per il mondo, e che i soldi a lui attribuiti vadano a progetti un po’ più complessivi che mantenerlo, proprio lui e nessun altro. Spero che con quel denaro si depuri l’acqua, si attrezzi un ambulatorio per tutto il villaggio, si diano penne e quaderni e vaccini a tutti i bambini.
Perché capisco che è più facile “vendere” un sorriso e dei teneri occhioni, personalizzare la cosa, così come è più facile identificare l’obiettivo del proprio sentirsi buoni in un bambino piuttosto che in un intero villaggio (che magari ha una vecchia antipatica, un ex detenuto, un tizio senza una gamba, e altre figure poco fotogeniche). Un po’ come è più facile immaginarsi come dio un vecchio con la barba, o un giovane con la barba, o come è più facile identificare un partito politico in un solo leader, o un popolo in uno stereotipo, ecc.
Spero che sia così perché mi immagino altrimenti scene alquanto deprimenti. Se in una classe ci sono tre adottati e quattro no, per esempio (“Bene, i bambini che hanno la penna scrivano un pensierino, gli altri lo pensino”), oppure se un solo bambino in un villaggio resta non adottato (“Non è razzismo, anche tutti i tuoi compagni sono neri: è che tu sei bruttino…”), o anche all’interno della famiglia (“Papà è morto di fame l’anno scorso perché i tournedos alla Rossini erano solo per me”).
Però spero che quest’uomo continui a crederci, o a fingere di crederci, perché hanno bisogno di lui quei bimbi (e gli altri intorno). <!–

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venerdì, 21 maggio 2010

 

Uomini strani

Io come uomo dovrei leggere riviste “per uomini” con un qualche giovanotto muscoloso, depilato e seminudo in copertina, che mostra fiero i suoi addominali. Dovrei interessarmi degli esercizi per farmi calare la pancia, dei consigli per scopare meglio, delle ultime novità su orologi da polso o cellulari, di auto sportive, di sport, di poker, di cose del genere.
Pensavo a questo giorni fa sfogliando una rivista “per donne”, con un bellissimo viso femminile in copertina, con servizi su viaggi e reportage inframezzati da pubblicità con splendide ragazze in lingerie e costumi da bagno (con solo un noioso settore di moda con splendide ragazze ma vestite).
Forse sono io un uomo strano. <!–

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giovedì, 20 maggio 2010

 

Chi lo dice che dai telegiornali non si impara niente?

Egregio Direttore del TG2,
se avessi una scuola di giornalismo mostrerei agli allievi l’edizione delle tredici del Suo telegiornale come esempio.
Non tanto per l’annuncio di un servizio sulle diete che si concluderebbe con “e i divi di Hollywood, come fanno?” perché è nella sezione “costume” e prima della rubrica medica dire qualche sciocchezzuola sull’alimentazione non disturba. No, per il servizio sulla notizia (di cui si parla sin da ieri) che il signor Vanacore, rubricato come suicida, non avrebbe tracce di veleno “sui” suoi tessuti. (Magari dica alla Sua giornalista che avrebbero dovuto essere “nei” tessuti, perché non si parla di macchie sulla sua giacca, ma di interiora e sangue.)
La cosa veramente notevole, esemplare, è che al termine di questo servizio la giornalista in studio ha riportato che “poco fa” il medico legale aveva smentito la notizia e che ancora doveva depositare gli esiti degli esami.
Cioè Lei ha messo in onda un servizio su una notizia che sapeva già falsa.
Certo, ormai il servizio era fatto, che avrebbe dovuto fare: buttarlo via?
Ovviamente no. E poi con servizio e smentita ha sfangato tre o quattro minuti di telegiornale che avrebbe dovuto sennò occupare con notizie vere.
Una vera lezione di giornalismo.
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Sacrificati

Cercando le istruzioni per compilare il 730 ho scoperto una cosa curiosa.
Siccome i sacrifici li dobbiamo fare tutti mi sembra ovvio che l’importazione di oggetti d’arte, antiquariato o da collezione godano dell’Iva ridotta al 10%.
Si tratta evidentemente di acquisti della fascia più bisognosa della popolazione, di estrema necessità, ed è giusto dare un sollievo fiscale per tali operazioni; tenete conto che un dieci per cento che a voi può sembrare poco, se applicato ad un Warhol da cinquecentomila euro, o ad un uovo Fabergé, diventa una cifra bella alta: non vorrete mica far gravare il risanamento del debito pubblico su chi ha bisogno di un vaso cinese della prima dinastia Ming. <!–

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mercoledì, 19 maggio 2010

 

Mostra il mostro

Le immagini dei telegiornali di oggi hanno risposto ad un mio post di tempo fa, con una curiosità annosa.
La polizia inglese ha arrestato un tizio accusato di omicidio: lo ha fornito di cappuccio e velo a proteggerne la faccia e l’identità, perché finché non è condannato è innocente e ha diritto a tutte le garanzie. Una gigantesca lezione di civiltà.
Nel servizio successivo il tizio sospettato di essere un serial killer a Roma è stato mostrato con viso, nome, generalità.
Tanto per far capire dove stiamo.
<!–

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