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sabato, 15 gennaio 2011  

Pronto per passare alla storia dell’arte

gran simpatico“Il gran simpatico”
(disegno di frumento: succo di limone su carta, 3 x 4 m., collezione dell’autore)

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venerdì, 14 gennaio 2011

 

Cercando nomi

Una cosa bella di internet è che se una sera ti viene la curiosità di sapere che cosa hanno fatto di bello persone che non vedi da un sacco d’anni puoi provare a farlo senza troppo sforzo (e in genere senza riuscirci, ma questo è un altro discorso).
Per esempio l’altra sera io ho provato a farlo e ho visto che poi E. (una ragazza che mi spezzò il cuore, a suo tempo) ce l’ha fatta a fare l’attrice, e poi non ho capito se ha smesso ma insomma si occupa ancora di teatro, e ho guardato ben bene la pagina di questa cosa di cui si occupa, completa di titoli, curriculum, fuffa descrittiva (“nell’ambito”, “percorsi”, “percezione”, ecc.), collaborazioni e tutto il resto ma non ho trovato tutto ciò dov’è. Perché la città si dà per scontata, come se fosse ovvia.
Lo stesso con un’altra persona: ho trovato il suo nome in una rassegna di video vicino Milano, con programma, curatore, giorni, luogo e tutto: solo che non c’era scritto l’anno.
Si pensa alle cose minute e si perdono di vista le cose grandi, che sono troppo grandi intorno a noi, si vede la cronaca e si perde la storia: un po’ come nelle carte geografiche i nomi più difficili da trovare non sono quelli piccolini di frazioni minime e vulcani minori, ma quelli enormi, con le lettere sparse una ogni mille chilometri.
 
PS: non è che in vita mia abbia frequentato solo attrici e artiste internazionali, ma ex aspiranti designer e infermiere sono più difficili da trovare su internet. <!–

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Fiat lex

Vinceranno i sì, lo dicono tutti.
E i dipendenti di Mirafiori, come già quelli di Pomigliano, vedranno un po’ peggiorate le loro vite, a favore dei portafogli degli azionisti della Fiat.
Finiranno le discussioni sul sì e sul no, perlopiù animate da gente che parla sulla pelle degli altri, in comode poltrone e con tutt’altri posti di lavoro; discussioni che mi sono immaginato analoghe a quelle di centocinquant’anni fa, prima di qualche sciopero, ai tempi in cui non esisteva il diritto di sciopero (e un po’ nessun altro diritto) e c’erano i crumiri, e gli scioperanti venivano licenziati. È da quelle discussioni e da quegli scioperi illegali che vengono i riposi, le otto ore, i permessi di maternità, le malattie pagate, cose così.
Chiamatele conquiste se vi va.
A me gli argomenti dei sostenitori del sì mi hanno convinto al no. Ma io non conto, io non mi ci gioco niente.
(Beh, fino a un certo punto. Non sentite avvicinare la marea?) <!–

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giovedì, 13 gennaio 2011

 

Visti da fuori

A parlare con un tunisino veniva da pensare che era strano che non ci fosse un’insurrezione, e che certi paesi non sono abituati alla democrazia e non sanno neanche reclamarla.
Io ho parlato con un tunisino qualche giorno fa, quando i disordini stavano per cominciare, e mi ha raccontato come il loro presidente sia al suo terzo mandato (con una legge apposta, ché quella vecchia non glielo avrebbe permesso), con percentuali di elettori superiori al 99% (che facevano pensare che neanche i candidati dell’opposizione si votassero), che controlla televisione e stampa, e che pensa molto più alla tintura dei suoi capelli che al reddito dei cittadini.
“Come Berlusconi” rideva quel tunisino. <!–

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mercoledì, 12 gennaio 2011

 

Roba scadente

Secondo i tiggì il problema principale nei saldi è l’allarmante pericolo che con la scusa degli sconti i negozianti (subdoli e crudeli) ci rifilino fondi di magazzino, vestiti forse persino di due o (scandalo!) tre stagioni prima. Urca, che rischio! Mi aspetto messaggi di solidarietà da Haiti e finanziamenti speciali alla protezione civile: forse userei l’esercito.
Perché quando io vado a scegliermi una giacca o un paio di scarpe o un cappello a cilindro, lo san tutti, non guardo l’oggetto in sé, se mi piace, se penso di usarlo, se mi sta bene (se valorizza il mio sguardo), se mi va bene il prezzo: macché, lo compro in quanto occasione di abito appena uscito di moda (due settimane, mica due anni!) con targhetta del prezzo miracolosa (il prezzo scontato è stampato dalla fabbrica, quello intero – doppio, ma barrato – è scritto a penna).
Quel che i tiggì non mi spiegano è che differenza fa per chi compra dei pantaloni il saperne la data di disegno/fabbricazione/confezionamento. Manco fossero uova. <!–

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Merito della ricerca e viceversa

Con l’introduzione della “meritocrazia” nella ricerca italiana possiamo aspettarci un fenomeno tipicamente americano: le ricerche vuote.
I finanziatori a breve termine (gli sponsor, e d’ora in poi anche lo stato italiano) vogliono risultati e li vogliono presto, perciò i finanziati, per mantenersi, devono fare ricerche brevi, che portano rapidamente a pubblicazioni (le pubblicazioni sulle riviste scientifiche sono il metro più usato per valutare “il merito”). E così si hanno notizie come “secondo una ricerca scientifica le cameriere con le tette grosse ricevono più mance”, su cui si ironizza ogni tanto (per esempio qui) e su cui in genere arrivano sui giornali notizie approssimative e travisate da giornalisti impreparati.
È anche vero che è giusto verificare con metodo scientifico anche le cose palesi (tipo che la terra è piatta), però così si sottraggono risorse a ricerche più impegnative, che magari richiedono dieci anni prima di arrivare ad un risultato pubblicabile (e nessuno è disposto a pagarti dieci anni di ricerche, tantomeno Tremonti pieno di debiti). <!–

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martedì, 11 gennaio 2011

 

Come nascono i papi?

L’educazione sessuale minerebbe la libertà di culto. Il Papa la pensa così: l’ha detto.
Cioè, se io insegno ai bambini come ci riproduciamo (come Dio ha voluto che ci riproducessimo, se preferite) impedisco loro di essere cattolici o ebrei o scintoisti o musulmani o animisti o qualcos’altro? E perché la riproduzione e non, diciamo, la geometria, la fisica, l’anatomia, l’astronomia, la geologia, le probabilità, la matematica della musica, l’accrescimento cellulare o qualsiasi altra disciplina scientifica? Perché dire come funzionano le cose dovrebbe impedire a qualcuno di credere in qualsiasi dio?
Forse che lui vuole raccontare ai bambini che ci riproduciamo in un altro modo? (E quale? Sono curioso.) Oppure è il solito protezionismo per le scuole cattoliche, fonte di enormi guadagni?
Il mio professore di religione alle superiori diceva che la scienza ci racconta il come, la religione (la filosofia, più in generale) si occupa del perché. Di che si occupa il papa? <!–

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lunedì, 10 gennaio 2011

 

Giunta unta

Alemmano cancella la giunta comunale romana, la rifarà da zero.
In un paese normale l’annientamento della giunta sarebbe l’ammissione di un fallimento, e ne conseguirebbero naturalmente le dimissioni anche del sindaco: se ha sbagliato a nominare tutti gli assessori non dovrebbe rimettere l’incarico agli elettori, che giudichino se ridargli fiducia o cambiare?
Pare di no.
Ma forse non cambia la giunta perché quelli di prima non erano buoni.
Forse aveva solo altra gente da sistemare. <!–

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Spacciatori

Voi ve l’immaginate il Corriere della Sera che fa il titolone di prima pagina su un caso di cronaca nera locale (tipo uno che ammazza la moglie e poi si spara)?
E allora perché non ci sorprendiamo che lo facciano i quotidiani più seguiti: il tg1 per esempio? (un serio telegiornale che fa metà della sua edizione con i numeri della lotteria fissi in sovrimpressione)
Cronaca nera, ore ed ore su qualche omicidio o sparizione: i giornalisti si difendono dicendo che alla gente interessano, “gli ascolti ci premiano”.
Anche lo spaccio di droga è un mercato che va bene. Pensateci, casomai, un domani mettessero dei giornalisti a fare del giornalismo: la logica è la stessa. <!–

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Ombre e sospetti

Vendono una specie di Barbie con una telecamerina nascosta nel collo, l’ho vista al supermercato.
Qualunque bottone, maniglia, pennarello, buco della serratura, occhio di cammello di peluche, foro di tarlo può nascondere una telecamera, un microfono. Non c’è modo di sapere se qualcuno guarda nel tuo computer, legge la tua posta, ascolta le tue telefonate. Se vai in Israele e Palestina la polizia israeliana ti fa strane domande sul tuo itinerario (che dimostrano quanto bene lo conoscano).
Allora stamani mi ci sono fatto un film nella mia testa.
Il protagonista torna da un viaggio e scherza con la moglie: è già la seconda volta che appena viene via da un paese ci succede qualcosa, un colpo di stato, una rivolta.
A quel punto nei giorni seguenti comincia a sospettare di essere spiato, a notare segni strani, persone sospette. E però non ha prove reali, solo vaghi indizi, e non capisce se c’è qualcosa di vero o se sta semplicemente diventando paranoico. Un nuovo vicino di casa, operai che lavorano all’ingresso del condominio, oggetti nuovi in ufficio, una crepa in un muro (c’è sempre stata?), e quanto sa del groviglio di elettronica del cruscotto della sua auto? E a cosa sta davvero attento il tizio che legge il giornale al bar, la gente sull’autobus? Cosa vorrà dire quel leggero ronzio nel telefonino? Qualsiasi sguardo, un’ombra dietro una finestra, una giornata senza nuvole diventa motivo di sospetto.
Per il finale sono indeciso: il tizio impazzisce; il tizio è effettivamente spiato; il tizio è effettivamente una spia; il finale rimane aperto e senza risposte definitive; varie ed eventuali.
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mercoledì, 05 gennaio 2011

 

Uno di tre

A forza di dirli al plurale (perché ciascuno da solo ha poco senso: sono un trio) uno si dimentica pure come si dice il singolare, e allora magari si butta in perifrasi (“uno dei…”). E così è curioso dire “re magio” (o ancor meglio “remagio” tutt’una parola, così come ci sono i “sette nani” e ciascuno è un “settenano”), però sapendo che “re magi” in origine è il plurale di “re mago”… <!–

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lunedì, 03 gennaio 2011

 

Uditissima

Basta con la violenza inaudita!
“Inaudito” vuole dire che non si è mai sentito prima: ormai conosciamo violenze di tutti i tipi, dalle più grossolane alle più sottili, torture, insulti, accuse, bastonate, sventramenti, ecc.
Fatemi il piacere: cominciate a definirla “solita”, “usuale”, “tradizionale”… <!–

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venerdì, 31 dicembre 2010

 

Capodanni tarocchi

Io ho fatto un capodanno a Vienna, molti anni fa. E a Vienna la mattina di capodanno c’è un grande schermo davanti alla Rathaus con il concerto di capodanno e la gente che balla sotto (o almeno questo succedeva all’epoca, ma lo stile dei viennesi è la tradizione, quindi suppongo lo facciano ancora).
Al concerto di capodanno di Vienna credo che i viennesi siano praticamente assenti, perlopiù sono facoltosi turisti orientali, che vengono apposta.
Fiutato l’affare gli italiani da qualche anno fanno un’imitazione del concerto di capodanno: a Venezia. È una cosa triste: le imitazioni sono sempre cose tristi; e poi andare a contrastare i viennesi sul loro campo, nella stessa data, alla stessa ora, è proprio da deficienti. Come cercare di battere i cinesi sul prezzo.
E poi si lamentano del  “parmesan”… <!–

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giovedì, 30 dicembre 2010

 

Grammatica circa

Sullo spazio pubblicitario dell’homepage di splinder un link dice “Hai un messagio per voi”.
Immagino che a cliccarci si venga risucchiati dall’inferno della sintassi. <!–

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mercoledì, 29 dicembre 2010

 

Ognuno ha quel che si merita

A proposito della campagna pubblicitaria sulla sicurezza sul lavoro “la pretende chi si vuol bene”: correttamente punta il peso della sicurezza sul lavoratore e non sul datore di lavoro che deve (dovrebbe, potrebbe) spenderci (per ora: non escludo che prossimamente dovrò comprarmi un estintore mio). Perché una campagna tipo “la vita vale più dei soldi” sarebbe stata presa con ilarità da qualsiasi imprenditore (perché la vita è altrui, i soldi sono suoi).
Dopodiché si capisce che il muratore albanese al nero che precipita e muore non è andato a richiedere l’installazione di una linea vita da diecimila euro non perché sarebbe stato cacciato dal padrone prima di finire la frase e magari denunciato perché clandestino, ma perché è lui che non si vuole abbastanza bene. <!–

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Subdola propaganda

Magari non avete presente una pubblicità profondamente scorretta e disonesta, così su due piedi non vi viene un esempio. Ecco, allora provate a dare un po’ d’attenzione agli spot governativi a favore dell’energia nucleare, che sono di una disonestà esemplare.
Allora, il punto di partenza è che il governo ha deciso di avviare un programma nucleare a dispetto del referendum con cui gli italiani si sono espressi, e vuole creare consenso intorno a questa scelta. E così invece di spiegare i motivi della scelta già fatta, sinceramente e chiaramente, pone la decisione come se fosse ancora da prendere e noi dovessimo formarci un’opinione.
Se fossero chiaramente “messaggi promozionali” (ah com’è bello il nucleare, la fissione è l’energia del futuro, ecc.) sarebbero pubblicità esplicita e sincera (sincera quanto può esserlo la propaganda…). Invece ce li fanno passare come messaggi istituzionali seri ed obiettivi.
Gli spot sono impostati come una partita a scacchi fra chi è pro e contro, alternando obiezioni e risposte; al termine si invita il pubblico a farsi un’opinione e si indica un sito web (che francamente non ho visitato, ma non è importante: lo spot non è rivolto a chi si muove su internet, che già ha a disposizione miriadi di siti di informazione, forum, ecc., è destinato a chi guarda la televisione).
Fateci caso la prossima volta che lo vedete: nell’alternanza delle obiezioni parte sempre chi è contrario e quello a favore ha sempre l’ultima parola, dando l’impressione che l’altro resti senza argomenti.
Per esempio (vado a memoria):
– L’energia nucleare produce scorie radioattive.
– Ma è meno di una pedina a testa.
– Sì, ma moltiplicato per tutti…
– Ma una volta stoccati sono sicuri.
– …
E qui l’altro cambia argomento, come se non avesse da replicare (per esempio “dove?”). Non gli viene da dire che sessanta milioni di pedine all’anno per ciascuna centrale (tre? quattro?) noi non sappiamo dove metterle. Non sappiamo gestire bucce di banana e incarti di stracchino, ogni giorno si scoprono smaltimenti scorretti di liquami e rifiuti tossici, perché dovremmo essere così bravi con tonnellate di roba radioattiva per le prossime migliaia d’anni?
E il “dibattito” finisce sempre con uno che dice che il nucleare è “una mossa azzardata” (non fallimentare, irresponsabile, sbagliata, ma “azzardata”) e l’altro gli risponde “oppure è una grande mossa” (che in sé non vuol dire nulla, ma non ammette repliche, perché dev’essere l’ultima cosa che rimane nelle orecchie allo spettatore).
In un paese civile una propaganda così dovrebbe essere vietata, da noi la fa il governo. <!–

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martedì, 28 dicembre 2010

 

Amici vicini e lontani

Io non ho un account su facebook, ma liczin sì.
A liczin è arrivata una richiesta di amicizia. Altre due erano arrivate tempo fa.
A quanto ho capito di facebook un’amicizia non si rifiuta mai, tanto non significa niente, e così accetto tutte le richieste, in automatico.
Ad una rapida occhiata sembrano ragazzine, e non ho idea di come mi abbiano trovato: non mi loggo mai a facebook, tranne quel paio di volte che mi è venuta l’idea di vedere i gruppi più scemi, o cose del genere; per il resto non ho uno stato, non faccio parte di gruppi, non ho avvisi o messaggi, non taggo foto (perché, non pensate male di me, non ho idea di cosa voglia dire: ma ho intenzione di informarmi), niente.
E quando mi arrivano queste richieste di amicizie da ragazzine del tutto sconosciute, con cui non ho in comune assolutamente niente, rispondo di sì, ma mi chiedo “perché?”
E poi penso che se niente niente una di queste sparisce, l’ammazza un cugino, scappa in Pakistan o viene rapita da una setta di amici di Maria rischia di andarci di mezzo questo misterioso Tony Gerbillo, che è liczin, che alla fin fine sono io.
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Vetrix

Se presentate un qualsiasi piccolo disturbo (una sbucciatura, un orzaiolo, una qualsiasi infiammazione, una bolla sul naso) tutti avranno da offrirvi la loro personale terapia: rimedi empirici della nonna a base di mollica masticata, sale da cucina, aceto, impacchi che ricordano gli uomini-medicina degli apaches; che poi a volte sono, in grezzo, le gocce e le pomate da farmacia che già state usando (e infatti nella vostra mente chimica traducete i farmaci stregoneschi in termini di “principi attivi” di “calore”, “amidi”, “sostanza acida”, “sostanza basica”, “vasodilatatore”, ecc.). Perché voi in farmacia ci siete già stati, e state già facendo il vostro percorso terapeutico, ma a nessuno interessa della vostra profilassi: sono troppo impegnati a ricordare gli odori dei decotti di trent’anni prima, e a raccontare come anche loro, da bambini, abbiano avuto la stessa cosa e l’abbiano debellata con applicazioni di brodo di pollo o lubrificante da trattori.
Chissà se per malattie più gravi ti suggerirebbero di sacrificare un capretto una notte di luna piena.
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lunedì, 27 dicembre 2010

 

Intorno a un altro regalo di natale

Io credo di essere una persona alquanto media.
Credo che molti come me abbiano cose come un bancomat e una carta di credito, la tessera sanitaria a forma di carta di credito, magari anche la patente a forma di carta di credito, e poi una tessera di associazione, un paio di carte fedeltà di supermercati, le tessere di grandi distribuzioni (due di supermercati, uno di elettrodomestici e due di articoli sportivi), la carta punti del negozio in fondo alla strada, il badge del lavoro, la tessera di un discount e quella del mercatino in conto vendita e una cooperativa agricola, un calendarietto. Tutto con le misure di una carta di credito.
Come fanno quelli che progettano i portafogli da uomo a farsi bastare quattro scomparti?
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Intorno a un regalo di natale

David Foster Wallace: di lui avevo letto un pezzo, anni fa, sul tennis, e non mi aveva impressionato più di tanto. Però ne ho sentito parlare come di una specie di genio e allora per natale mi sono fatto regalare “Una cosa divertente che non farò mai più” (un reportage su una crociera).
Pensavo che ci avrei trovato interessanti osservazioni umane, annotazioni divertenti, sarcasmi snobistici (una cosa tra Jerome, Twain, Baricco e l’entomologia). E ci ho trovato tutto questo, ma anche qualcos’altro.
Ci ho trovato la superproduzione di incisi che mi perseguita (che poi è la tendenza perniciosa a divagare), con cui combatto, e che solo da qualche giorno avevo trovato il modo di gestire con la moltiplicazione delle note a pie’ di post; ci ho trovato gli incisi degli incisi, le parentesi nidificate concentriche, le note e le note alle note che generano altre note (non è vero: Wallace non va oltre il livello due, ma a volte esagero per motivi espressivi, perdonatemi).
E vabbè, non è la prima volta che invento una cosa e poi scopro che me l’hanno già copiata anni prima. Pazienza.
E poi ci ho trovato osservazioni di viaggio con implicazioni generali, riflessioni, ricordi, e mi sono trovato con il pensiero che in fondo un testo così (come genere) avrei potuto scriverlo anch’io, e anzi i miei diari di viaggio (perché mi capita di viaggiare, e di tenere dei diari) non sono particolarmente distanti, nei loro momenti migliori (quando non mi costringo alla cronaca, quando mi lascio divertire a scrivere). Non è vero, ovviamente.
Non sono così bravo. Scrivere è una delle cose che faccio meglio, ma questo non vuol dire che lo faccia bene. Non c’è niente che io faccia molto bene. (Ne sono cosciente, sono arrivato a questa coscienza con l’età, ed è un passaggio piuttosto deprimente.) Però la sopravvalutazione di sé è una caratteristica comune, quasi universale, e non vedo perché dovrei esserne esente (che poi io me ne rendo conto e molti no, molti sembrano sinceramente convinti di essere all’altezza dei migliori e a non rassegnarsi agli insuccessi, attribuendoli a invidia, complotti, raccomandazioni, ecc.: no, è che siete oggettivamente peggiori!) <!–

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domenica, 26 dicembre 2010

 

Essere geni, più o meno

È capitato qualche (rara) volta nella storia della scienza che gli scopritori di qualcosa di inaspettato, gli innovatori assoluti si scontrassero con la “scienza ufficiale”, si trovassero a “bruciacchiare le barbe degli accademici”.
Non vale però il percorso inverso: non basta bruciacchiare qualche barba per essere innovatore, non è sufficiente essere emarginati dalla “accademia” per potersi considerare innovatori incompresi. C’è un sacco di sedicenti scienziati (spesso dalla preparazione approssimativa) che trovano proprio nell’essere sbeffeggiati dagli studiosi “seri” la prova della genialità delle loro mirabolanti teorie.
Hanno torto marcio, ma incrollabile fiducia in sé stessi, e coltivano (a volte fino alla morte) la speranza di essere rivalutati da un momento all’altro.
Non è una bella cosa, in fondo? <!–

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venerdì, 24 dicembre 2010

 

Ah, è natale

Pare che ci vogliano cinque milioni per rifare le agende scolastiche dell’Unione Europea (1) perché manca l’indicazione di natale e pasqua, mentre c’è quella del ramadan. Io queste agende non le ho viste (2), non so se le solennità religiose sono scritte in quanto festività civili (3) o come curiosità (4), ma una svista del genere (5) non fa che un servizio alla più becera e paranoica propaganda simil-leghista (6) e io sospetto sempre degli assist alla propaganda politica (7).
Quello che vorrei suggerire, per risparmiare, è di assumere dei correttori di bozze (8) (9) e intanto correggere la cosa con delle “pecette” (11).
Inoltre, siccome non voglio incorrere nello stesso errore, non ignorerò il natale (12) e faccio gli auguri a tutti: ai miei tre-quattro lettori e anche a chi passa per caso. Auguri.
(1) tre milioni
(2) mi chiedo se ci sono pentecoste e ferragosto, ricorrenze buddhiste e scintoiste, ecc.
(3) ed avrebbe un senso
(4) tipo l’anniversario del primo allunaggio o il compleanno di qualcuno
(5) possibile una svista così?
(6) “i mori ci invadono e cancellano la nostra cultura”
(7) sarà perché sono italiano, abituato alla dietrologia
(8) “prevenire è meglio che curare” si dice, anche se in Italia non abbiamo imparato che pagare un depuratore è meglio che bonificare, costruire antisismico è meglio che fare funerali, ecc.
(9) quanto alla mancanza di un correttore di bozze vorrei anche segnalare nella pubblicità della Fiat che lo slogan “Sò Diego, ti spiego” è sbagliato: “Sò” è “sono” apocopato, troncato di un pezzo, e quindi non ci va l’accento bensì l’apostrofo, come quando si scrive “un po’” per “un poco”, “fra’” per “frate”, ecc. (10) Ma risparmiare sulla qualità è una tradizione Fiat.
(10) quando ero bambino ci dicevano che l’apostrofo è la lacrimuccia per le lettere sparite.
(11) piccoli ed economici adesivi da applicare sulle pagine “incriminate”. Spero che prevalga il buon senso e che non si sprechino i soldi.
(12) come tendo a fare, e del resto se vogliono che si noti abbiano il buon gusto di non piazzarlo il sabato.

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giovedì, 23 dicembre 2010

 

Libero dal tempo libero

A proposito di trattative Fiat: a quanto ho capito aumentano, tra l’altro, gli straordinari. Perché chiamarli “straordinari” se sono del tutto ordinari, addirittura previsti dal contratto? Perché non chiamarli più sinceramente “orario più lungo”?
Del resto è giusto: questi operai, questi impiegatucci, con quel che guadagnano che potranno mai fare fuori del lavoro? Il tempo libero non se lo possono permettere. 
<!–

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mercoledì, 22 dicembre 2010

 

Puff

Cantano vittoria quelli del cinque per mille, perché il governo ha ceduto, e nel “decreto milleproroghe” (usuale decreto di fine anno che certifica l’inefficienza del Governo in modo che sarebbe imbarazzante, a pensarci) ha stanziato 400 milioni per il 2011.
Ora, io non ho trovato su internet i dati ufficiali sul gettito annuale dell’irpef (i siti dell’Agenzia delle Entrate e delle Dogane sono tra i peggiori che io conosca), ma ho trovato un sito dove si stima una media intorno ai 130 miliardi all’anno.
Su 130 miliardi il 5 per mille è 650 milioni; l’attuale stanziamento sarebbe circa il 3 per mille. E se è il governo a stabilire quanto dev’essere il totale (cosa che non succede con l’8 per mille per la chiesa, per cui non sono immaginabili limitazioni) perché lo chiamano “5 per mille”? Perché non chiamarlo direttamente “Quel che si può con le casse vuote” (o “Possibile Uscita con Finanze Fallimentari”, puff)? <!–

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Sfogo di ciclista urbano

I numeri non mentono, dice, e in questa città ci sono millemila miglia di piste ciclabili.
Come ci si può opporre alle statistiche, fredde ed oggettive?
Mah, per esempio facendo notare che quelle millemila miglia non portano da nessuna parte: girano intorno ad un parcheggio, collegano un’aiola con uno spartitraffico, si srotolano in lande disabitate. Non sono buone per andare da nessuna casa a nessun lavoro, per esempio. (Gli assessori al traffico della mia città sono tutti convinti che la bicicletta serva solo per lente e amene passeggiate senza meta.)
Un’altra cosa che si può dire è che parte di quelle millemila miglia sono “promiscue”; nel senso che sono normali marciapiedi in cui le biciclette si contendono i percorsi coi pedoni, che non si possono mica travolgere, e così è tutto un fermarsi e ripartire. E altre parti di quelle millemila miglia sono “promiscue di fatto”, nel senso che i pedoni ci camminano anche se non potrebbero, e allora qualcuno si scansa, con qualcuno si litiga, ma insomma non si può discutere proprio con tutti né travolgere le persone anche se hanno torto; e così è tutto un fermarsi e ripartire. E in bicicletta fermarsi e ripartire ogni dieci metri non è cosa bella (ché magari sei in ritardo, perché non stai facendo una lenta e amena passeggiata senza meta, ma stai andando al lavoro).
Poi si può ricordare il fatto che le piste si interrompono ad ogni strada traversa, vicolo, passo carrabile, cancellino, porta; e quando la pista si interrompe non solo ci si deve fermare, ma anzi si dovrebbe scendere dalla bici e condurla a mano, figuratevi; e così è tutto un fermarsi e ripartire. (Per non parlare dei punti in cui scompaiono nel nulla e riappaiono dall’altra parte di un viale trafficato, dietro la curva, oppure delle rotonde che dissolvono le piste ciclabili e non si sa come si dovrebbero attraversare e sopravvivere.)
Un altro elemento degno di nota sono le macchine parcheggiate, i motorini, i cassonetti, le buche, le piante e in generale tutte le cose che ostruiscono il passaggio (persino i lampioni, talvolta).
Ecco, mettendo insieme tutti questi appunti lo sa, assessore, dove può mettersi la stragrande maggioranza delle millemila miglia di piste ciclabili?
Proprio lì.
Nelle statistiche.
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martedì, 21 dicembre 2010

 

due, la vendetta

Ma se la Gioconda è così bella, com’è che non hanno fatto il seguito, eh? <!–

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lunedì, 20 dicembre 2010

 

La gazzetta dello spot

Si fa del sarcasmo qua e là per i blog sullo spot della Arcuri per un libro (per esempio qui).
È facile sparare sulla pubblicità della Arcuri per un libro che non comprerei mai, neanche se mi pagassero ventiduemila euro (per ventitremila se ne può parlare). Uno spot delirante con l’Arcuri, che è tanto bellina ma espressiva come una lastra di ardesia (smerigliata).
Ma non ignorerei lo spot con due specie di pinocchi dall’accento fastidiosamente lombardo che inneggiano al legno massello come valore universale (anche troppo, dato che poi attribuiscono al truciolare la caduta di un cassetto dovuta soprattutto all’inettitudine del trasportatore).
E non tralascerei tutti quei begli spot, specialmente natalizi, che strumentalizzano i bambini: non è immorale? Non insorgono i comitati delle famiglie? E non è lavoro minorile? (Oppure non li pagano, e allora tanto peggio?)
E la chiesa non protesta per il gospel (che è una preghiera cantanta, ricordiamolo) usato nella pubblicità del panettone, in cui “Amen” è sostituito dal nome del prodotto? (Del resto se per tanti anni non ha protestato per il gospel pasquale “Happy day” saldato a uno spumante…)
E per chiudere degli spot molto adatti al periodo natalizio: quelli contro l’abbandono degli animali, che ci ricordano oggi che regalare il tenero cucciolo al figlioletto vuol dire prendersi un impegno per anni, quotidiano e serio, e che non si potrà spengere e mettere in un cassetto quando verrà a noia. Dite che questi spot li fanno a luglio quando sono inutili, e a Natale non li fanno mai? Eh, già, io lo dico tutti gli anni, ma non mi dànno retta. 
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Addentrandosi nel delirio

Le cose, quando nessuno le guarda, si rilassano e sono tutte marroncine, una specie di bianco e nero virato beige. E non si fregano: appena si avvicina qualcuno, o se sentono puntato un obiettivo, uno specchio, uno spettroscopio zac! tornano i colori.
E non c’è modo di voltarsi abbastanza di scatto. <!–

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domenica, 19 dicembre 2010

 

A voi

Vi farò una confidenza.
Per chi, come me, aspira all’inesistenza, sapere che se morissi (o sparissi nel nulla in altro modo, per esempio rapito dagli alieni o risucchiato in una dimensione parallela) voi non solo non ve ne accorgereste, ma ve ne fregherebbe anche pochino, è vagamente consolatorio.
E però se lo fosse del tutto io non continuerei a cercarvi e (sia pure a modo mio, bizzarramente) volervi una specie di bene. <!–

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Dicembre

A me il Natale mi mette tristezza. Sarà l’inverno, il freddo, il buio, boh.
Sarà il dover vedere dei parenti che durante l’anno incontro ormai solo a matrimoni e funerali.
(E ci sarà un motivo se non li incontro di più, no?) <!–

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