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sabato, 05 marzo 2011  

Frontiere tecnologiche

A volte bisognerebbe tenere conto del mezzo con cui si comunica.
Per esempio una pubblicità per iscritto di una auto “volante d’oro”  ha un senso, lo stesso annuncio per radio (se lo speaker non è proprio bravissimo da cambiare tono per far sentire le virgolette) di una “auto volante d’oro”  mi fa venire una gran voglia di possederla. Sai che figurone arrivare con una meravigliosa auto volante d’oro? (ma chissà quanto costa!…) <!–

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venerdì, 04 marzo 2011

 

La cedolare secca

Mi toccherà capire la nuova cedolare sugli affitti, credo. È quell’imposta proposta dal nostro ministro per la semplificazione (sul serio, esiste, però non capisco perché propone lui le leggi sulle imposte e non un ministro economico).
Ad un primo sguardo mi pare funzioni così: io affitto un immobile e ne ho un reddito; posso scegliere se pagare l’imposta di registro (in genere il 2%), l’ICI (ma non l’avevano abolita?) e mettere il reddito nel mio imponibile irpef, oppure pagare questa “cedolare secca”  del 19/21% e basta.
Posso notare un paio di cosette seccanti.
a) è un’imposta in più, che essendo facoltativa (a qualcuno può convenire mantenere la tassazione precedente) aggiunge complicazione e non semplifica.
b) è un’imposta (proporzionale) che sottrae base imponibile all’irpef, che è praticamente l’unica imposta progressiva del sistema tributario italiano: in pratica più sei ricco e più conviene. Diminuisce la progressività del sistema (principio fissato dalla Costituzione) e cioè sposta il peso del fisco dai più ricchi sul ceto medio.
È per questo che dico: a me la cedolare secca! <!–

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giovedì, 03 marzo 2011

 

Libera da cosa?

Ieri sera ho sentito un parlamentare (vero) della maggioranza distinguere fra “scuola pubblica” e “scuola libera”, e sostenere che tutta la scuola è pubblica, casomai da classificare in “statale” e “privata”.
L’idea che un’azienda può essere pubblica ma anche privata è… come dire in termini semplici… una cazzata enorme, ecco.
Usare i termini contrapposti “pubblica” e “libera” comunica il messaggio che la scuola pubblica non è libera.
Non ho capito cosa si intende per scuola “libera” e se include centri di indottrinamento religioso (islamico o cattolico), corsi di creazionismo, scuole di lavaggio del cervello bolsceviche, asili in cui si parla solo urdu, campi di addestramento all’uso degli esplosivi, ecc. oppure no. <!–

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Se avanzano…

È sempre interessante notare che se si tratta di un servizio, un intervento, una cosa qualsiasi anche molto piccola i soldi non ci sono. Se si tratta di sdoppiare elezioni amministrative e referendum in giorni diversi, in modo da far fallire i referendum semplicemente arruolando chi si astiene, semplicemente facendo passare la cosa sotto silenzio, allora i soldi vengono fuori (pare trecento milioni: come distribuire cinquanta euro a testa a tutti i cittadini).
Ma il motivo ufficiale (detto dal ministro Maroni) è che la separazione delle date “è una tradizione” (visto che c’era un motivo serio?).
Fare le elezioni in una data separata dai referendum costa un sacco di soldi pubblici (ma questa volta Tremonti non obietta), influisce sui calendari scolastici (ma questa volta la Gelmini non ha niente da ridire), costa giornate di lavoro degli operatori ai seggi che non lavorano il sabato e il lunedì (ma questa volta la Marcegaglia non dice una parola).
Se ci sono tutti questi soldi da buttare, avrei una cosa per voi: ha ventisette caratteri e comincia con IT… <!–

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Una

L’autobiografia di Martina Colombari (che c’avrà di tanto interessante da raccontare? boh) si intitola “La vita è una”: ok, una che? Una sciocchezza, una strada, una caramella, una bottiglia, una giraffa, una che?
O forse è la banale constatazione che è unica?
E allora bisognava specificare “La vita è una sola”.
Che vale anche benissimo come sostantivo. <!–

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mercoledì, 02 marzo 2011

 

Catena di memorie sparse

Una volta ho conosciuto due sorelle: una si chiamava Agatha, e l’altra Christie. La minore (mi pare Christie) era una bellissima ragazza, ma troppo giovane.
Il padre faceva un pessimo vino.
Ne riincontrai una il giorno dopo in piscina, io avevo un costume imbarazzante: una specie di boxer che mi stava largo e allora dovevo stare sempre molto composto per non mostrare troppo.
La piscina aveva vasche di tipo termale, con acqua calda e caldissima. Solo dopo scoprii che in fondo c’era una vasca con acqua normale.
Era caduto da poco il muro di Berlino, era finito il regime comunista: Agatha ci disse che beh, c’erano dei problemi, però preferivano così; ne parlava come di una lavatrice che perde un po’, ma funziona.
Quella notte dormii in ostello con una cinese: era un dormitorio scolastico, una stanza ampia con quattro letti e ci mettemmo agli angoli opposti. Io non ci provai con lei (ci feci un pensierino ma non mi sembrò il caso e fui un gentiluomo perfetto), forse la delusi, chissà. (A distanza di anni ritengo di sì.)
Si faceva chiamare Nicòle, perché il suo nome noi occidentali non riuscivamo a pronunciarlo: io me lo feci insegnare in treno, mentre andavamo verso Budapest.
Lei disse che voleva trasferirsi in Spagna, perché c’era la pausa pranzo ed era un segno che gli spagnoli sapevano come vivere, e quale precedenza dare alla vita rispetto al lavoro. Io le dissi che anche in Italia si faceva la pausa pranzo.
Ci tenemmo in contatto epistolare. Dopo un po’ di tempo mi telefonò che stava vicino Milano, e lavorava in una ditta italiana corrispondente di una cinese (o qualcosa del genere); ma non facevano la pausa pranzo. Mi dispiacque. Non ci incontrammo, però. <!–

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martedì, 01 marzo 2011

 

Sono rassegnato

Magari voi vi aspettate che io parli di quel ministro tedesco, dalla promettente carriera politica (perché telegenico), che è stato beccato a scopiazzare qua e là pezzi di tesi di dottorato, e allora ha subìto le pressioni prima dell’opposizione, poi della stampa, poi del mondo accademico, e infine dei suoi compagni di maggioranza (che non hanno il nostro senso della “ famiglia” per cui si difendono i propri “amici” anche quando sono indifendibili) e alla fine si è dimesso.
Magari voi vi aspettate che faccia impietosi confronti con la situazione italiana, con ministri tipo Bondi, per esempio.
Macché, non lo farò.
Lo faranno altri, ci scommetto: è tutta retorica, già sentito, parole consumate, discorsi lisi. <!–

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lunedì, 28 febbraio 2011

 

Parole migranti

Si diceva dei crumiri, tempo fa, che sono nati come terribili predoni del deserto e sono diventati disgraziati così disperati da lavorare quando altri disgraziati scioperano e infine si son ritrovati ad arricchire i biscottifici del Monferrato.
A volte le parole hanno belle storie (com’è che i temibili Mamelucchi sono diventati flaccidi mammalucchi piagnucolosi?), e se ne avessi la capacità e le conoscenze mi piacerebbe raccontarle (come sarà successo che i popoli neolatini hanno adottato la parola germanica Guerra? magari all’inizio l’avranno usata con snobistico disprezzo per le baruffe disordinate dei barbari, per distinguerle dal Bellum geometrico e coreografico delle legioni romane). Ma ho abbandonato da tempo l’idea di un blog monografico (non sono abbastanza costante) e poi non sono un etimologo (parola importata come altre vagonate da un popolo latino così scarso di vocabolario, mentre il greco ha queste belle parole modulari, componibili).
Un sacco di parole italiane hanno una vita un po’ noiosa, diciamoci la verità: vengono da una parola latina quasi uguale e sono sempre rimaste a casa coi genitori; però ce ne sono che hanno viaggiato un sacco e si sono fermate anche qui nell’italiano (e magari noi pensiamo che siano sempre state italiane).
Chissà com’è arrivata qui la Pizza (già, la pizza), e quando sono sbarcati il Meschino, la Cifra e l’Albicocca, e come dovevano essere buoni i primi Bagigi (che in Sicilia sono Cabbasisi), e per quanto sarà stata considerata straniera la simpatica Damigiana prima di avere la nazionalità. Perché le parole, come gli uomini, alla lunga non tengono in gran conto i confini: passano, cambiano, si stabiliscono, fanno figli, e alla fine magari diventano strenui difensori del territorio, come se fosse loro, contro il Fax (che però rimbalza in Italia dopo che è nato latino fac-simile), contro i Parvenu, contro i barbarismi, contro i nuovi arrivati. Ovviamente, alla lunga, uscendone perdenti. Sempre. <!–

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domenica, 27 febbraio 2011

 

Ma anche sì

Una mia amica mi ha cortesemente chiesto di non usare più l’espressione “ma anche no”.
Ha ragione: anch’io mi stanco presto delle espressioni di moda (“assolutamente sì”) specialmente se insignificanti, o addirittura sbagliate (“piuttosto” congiunzione), e cerco di usarle con parsimonia e oculatezza.
Però “ma anche no” mi riempie un vuoto espressivo, dice una cosa che non saprei come altro dire (se non con una perifrasi lunga e annacquata), che altre risposte non rendono nello stesso modo.
Certo a volte potrei variare con le diverse sfumature di “no, grazie”, “per favore no”, “ti prego di astenerti”, citando “preferirei di no”, ecc.
Potrei sforzarmi e inventarmi cose, frasi, espressioni… ma anche no. <!–

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sabato, 26 febbraio 2011

 

Se ci automatizzano anche l’umorismo non ci resta davvero più nulla

“Ah, tu usi ancora Google?”
“Sai, l’abitudine…”
“Io ho cominciato ad usare Bing.”
”È meglio?”
“Non lo so, ma è umorista.”
“Cioè?”
“Se cerchi ‘inculata’ su Bing.it alla seconda pagina fra un prato di siti porno spunta una pagina sul crac Parmalat.”
“Ironia ficcante!”
“Spiritoso.”
“Ma com’è che fai certe ricerche?”
“Mah, me l’ha detto un amico…”
“Sì, vabbè…”
(Come se me ne fregasse qualcosa…) <!–

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Più su

La guerra civile in Libia spinge verso l’alto il prezzo della benzina, è comprensibile.
Solo che hanno lo stesso effetto anche gli attentati, le dichiarazioni, i raffreddori, gli aliti di vento, i venerdì, le congiunzioni astrali e qualsiasi cosa che succeda nel mondo. Non mi risulta di nessun avvenimento che spinga verso il basso il prezzo della benzina (che so, la concorrenza tra petrolieri… ok, scherzavo). <!–

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venerdì, 25 febbraio 2011

 

Rarely Asked Questions

Onorevole, Lei ha più volte dichiarato che una riforma della giustizia è necessaria per riequilibrare i rapporti fra potere giudiziario e “politico” (governo/parlamento), e che l’autonomia e l’indipendenza dei poteri sono valori assodati e fissati dalla costituzione.
Bene, la domanda è: quanto è pericoloso per la democrazia (e quanto è urgente intervenire a rimediare) questo squilibrio per cui i poteri legislativo ed esecutivo tendono a coincidere e non sono autonomi e indipendenti?
Grazie.
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L’esercito contro gli sbarchi

Per fare diminuire gli sbarchi di profughi basta mettere le motovedette ad andare su e giù lungo la costa, e schierare l’esercito su tutta la costa, tutti con le pinne, e via pedalare.
Col mare grosso arrivano di meno.

C’è chi (l’assessore all’Identità della Regione Veneto, davvero) propone di fermare i migranti col mitra. Ok, ma quelli senza?

Per commentare su l’Unità bisogna essere loggati a facebook e dare accesso ai dati del proprio profilo, e non riesco a capire perché la cosa mi infastidisce. <!–

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giovedì, 24 febbraio 2011

 

Io l’avevo detto…

Non è che sia un appassionato del “L’avevo detto, io!”, però in questo caso credo di poterlo dire. Per quello che avevo scritto qui, alla luce di quanto oggi leggo qua.
Peccato però che sia tardi, che ormai il messaggio sia passato e assorbito: è un caso in cui la velocità della sentenza dovrebbe essere fulminea, al limite con una sospensiva immediata degli spot sotto giudizio.
Se io per due mesi raggiungo milioni di persone col messaggio truffaldino che volevo è inutile bloccarlo poi, quando ormai la campagna è finita.
Ancora una volta i furbetti hanno ottenuto impunemente ciò che volevano… <!–

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Abcdefghijklmnopqrstuvwxyz (bis)

Una nostra giovane lettrice si/ci chiede (nei commenti al post precedente) com’è nato l’attuale ordine alfabetico: sarà nato per decreto legge? L’avrà deciso un’autorità superiore? Sarà stato fatto un concorso a premi? un televoto? un sorteggio?
La vicenda della Z ci insegna che le lettere sono state aggiunte all’alfabeto via via che si inventavano, in fondo a quelle esistenti o nei buchi creati dalle eliminazioni. Quindi si può ipotizzare la seguente storia.
In principio c’era la A, e tutte le parole contenevano solo quella, distinguendosi tra loro al massimo per la lunghezza. Si potevano sentire frasi come “Aaa aaaaaa a aaaaaaaaaaaa aaa aa”: la comunicazione era macchinosa ma doveva esserci un certo clima di ilarità.
Poi a Napoli inventarono un dolce e per creare un nome nuovo e accattivante i pubblicitari lo chiamarono “babà”, ideando una lettera inedita. Di certo fu un’esplosione di parole nuove e più varie; è di quei tempi il complesso degli “Abba”.
In seguito uno studioso scoprì la C. Nacquero parole come Bacca, Abacà (una pianta), Acca (che però si scoprì solo molto dopo cosa fosse), i taxi londinesi si chiamarono Cab, uscì l’album “Abacab” dei Genesis (che però ancora si chiamavano Abba), a quei tempi “sapere l’ABC” significava avere una conoscenza enciclopedica. E finalmente la Cacca ebbe il nome che mantiene tutt’ora.
Poi da paesi lontani i mercanti portarono una lettera mai sentita: la D…
E così via…

<!–

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mercoledì, 23 febbraio 2011

 

Abcdefghijklmnopqrstuvwxyz

Sono lì che vanno su e giù per il tabulato con imprecazioni a mezza voce da un quarto d’ora, poi infine uno dei due colleghi alza la testa verso di me: “Ma tu lo sai dov’è la cappa?”
“Dopo l’I lunga: I, I lunga, K.”
“*azzo! Le sa tutte!”
Qui dalle mie parti conoscere l’ordine alfabetico è un virtuosismo da cervellone, una cosa da un milione di euro a un quiz.
In effetti la K è difficile. Da bambini ci dicevano che il nostro alfabeto ha ventuno lettere e che JKWXY sono “straniere”, e così non ci insegnavano qual era il loro posto: conosco qualcuno che le metterebbe tutte insieme in fondo. Solo che non è lì che stanno (anche perché non sono straniere, se usate i jeans o mandate un fax) e chi non lo sa si trova male.
Forse dovrebbero insegnarci meglio, sin da piccoli, che il posto degli “stranieri” è in mezzo a noi e non tutti insieme in fondo: ci troveremmo tutti meglio da grandi. (Anche se poi io non farei la figura del sapiente…)
 
PS: lo sapevate che la Z una volta era in mezzo all’alfabeto, al posto che ha ora la G e che l’avevano abolita, ma poi l’hanno recuperata e riaggiunta in fondo? Non sono sicuro che sia vero, però è una bella storia. <!–

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martedì, 22 febbraio 2011

 

Non persone

“È una catastrofe: te l’immagini se oltre ai tunisini e gli egiziani ora ci arrivano anche i libici? Un’ondata biblica!”
“E il petrolio? Il gas?”
“E tutte le aziende italiane che lavoravano laggiù?”
In effetti questi tunisini, egiziani, e adesso pure i libici, se cominciano a fuggire da disperazione, violenza, morte rischiano di calpestarci le aiuole. E non hanno neanche il garbo di essere lontani, come in Rwanda o Somalia o Pakistan, che ci basta fare un qualche gesto simbolico ogni sette anni: un nastrino colorato, un post commosso in un blog. No, questi ci arrivano all’angolo della strada, ci passano sottocasa, bivaccano alla fermata dell’autobus.
Quello che possiamo fare è considerarli un’emergenza per la sicurezza, un problema di ordine pubblico, una questione economica. <!–

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Coi soldi miei

Ancora quest’anno una parte dei miei guadagni, che io verso alla comunità per il bene di tutti, andranno a coprire le sanzioni che paghiamo perché non facciamo pagare ad un gruppuscolo di disonesti le multe sulle quote latte.
Quando qualcuno dice che non ci sono i fondi per la scuola, la ricerca, la cultura, le pensioni, l’assistenza agli anziani/malati, gli asili nido, ecc. io penso a qualcuno. Non è sempre lo stesso: a volte è una mia zia che mi confidò con aria complice che evadeva i contributi Inps; a volte è un mio ex datore di lavoro che evadeva l’Iva sui carburanti facendo passare come viaggio di lavoro qualsiasi gita con la moglie; a volte è una tizia che conosco che fa ricorso sui cavilli per non pagare meritatissime multe con gli autovelox; a volte è l’idraulico che dice “se pagassi tutte le tasse non ce la farei”; a volte è il suo cliente; a volte è il carrozziere che a ottobre, ad un cliente sconosciuto, fa la ricevuta numero tre; a volte ad altri. Non è difficile trovare soggetti…
Ma i delinquenti delle quote latte, e i favoreggiatori che li sostengono, sono soggetti da tenere spesso presenti. Quel che mi chiedo è perché si protragga questa situazione di connivenza tra alcuni politici e alcuni parassiti.
Non credo che quattro banditi profittatori portino tanti voti; e allora non so perché i leghisti mungano le casse di Roma (ladrona?) per coprire dei ladri. Mi sa che è una questione simbolica. I disonesti delle quote latte sono l’esempio che i leghisti proteggono i “loro” anche quando sono imbroglioni.
Come la mafia, insomma. <!–

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lunedì, 21 febbraio 2011

 

Gli amici dei cattivi

Ci accorgiamo ora che sostenere dittatori mediorientali non è stata una buona politica di lungo termine. Adesso l’occidente (e l’Italia più degli altri) si trova amico dei cattivi: Ben Alì, Moubarak, Gheddafi.
Perché i cattivi, se fanno affari con noi, in fondo così cattivi non sono… Se c’è repressione dei dissidenti non è poi quella cubana, se gli oppositori muoiono non sono quelli iraniani. E se c’è la stabilità, il petrolio, alla fin fine la democrazia non è una cosa così urgente da esportare.
L’Italia sta dalla parte dell’amicissimo Gheddafi o è un paese che volta le spalle agli amicissimi nel momento della caduta? Gli abbracci e le pacche sulle spalle di ieri, di cui la nostra politica estera di vantava tanto, come appaiono adesso?
Chi glielo spiega a quei disperati bombardati perché protestano che siamo semplicemente dei vigliacchi leccaculo opportunisti? Come eviteremo che prevalgano nei paesi in rivolta sentimenti anti-occidentali?
(Ci pensavate che avremmo rimpianto la politica estera, opportunista ma furba, di Andreotti?)
Forse anteporre l’economia alla democrazia non è una buona idea alla lunga: ci sarà di lezione.
Non credo proprio. <!–

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Televoto

Mi dicono che col televoto Al Bano è arrivato terzo al festival di Sanremo. Io l’avevo lasciato alla prima serata che la “giuria demoscopica” l’aveva classificato tra i due peggiori delle quattordici canzoni in gara. Mi pare evidente che ci sia un qualche intoppo. Faccio delle ipotesi:
1. La “giuria demoscopica” è stata formata male, non statisticamente rappresentativa del pubblico italiano;
2. La “giuria demoscopica” è stata formata bene ma ha votato contro Al Bano apposta (per qualche oscura ragione, forse un complotto di certa magistratura);
3. La “giuria demoscopica” è stata formata bene ma è il pubblico del festival di Sanremo (quantomeno quello che regala soldi a Rai e compagnie telefoniche votando) a non essere rappresentativo del pubblico italiano;
4. La “giuria demoscopica” è stata formata bene e il pubblico del festival è ok, ma ci sono stati interventi truffaldini sul televoto (cosa possibile, perché gli stessi conduttori hanno avvertito che fare brogli, implicitamente ammettendo quelli degli scorsi anni, è vietato ma contestualmente hanno fatto presente che non era possibile beccare truffatori ben preparati);
5. La “giuria demoscopica” è stata formata bene, il pubblico è ok, nessuno ha truffato ma è che la prima sera effettivamente la canzone faceva schifo e poi invece l’ultima era meravigliosa (ci sono artisti geniali che sono avanti di anni, decenni sul gusto popolare, quindi ci possono essere artisti che sono avanti di un paio d’ore sul gusto popolare).
6. Altro (specificare).
Io propendo per la 3, ma anche la 5 mi affascina.
E poi mi chiedo: ma perché la gente televota?
Per televotare si spendono dei soldi, che si spartiscono la televisione e la compagnia telefonica, si dà un voto che può tranquillamente essere ignorato (c’è chi si fida del televoto): per avere la sensazione di partecipare? per far parte di una cosa televisiva? per dare il proprio contributo a far vincere quel cantante o quel concorrente di reality?
Non so davvero, questa cosa mi incuriosisce: bisognerebbe che qualcuno me la spiegasse. 
<!–

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Alt+0200

Provate.
In una qualsiasi finestra di testo (word, o nei commenti, per esempio), premete il tasto Alt e tenendolo premuto digitate 0200, poi rilasciate il tasto Alt.
Sorpresa eh?
Ora usatelo, dài! E spargete il verbo! <!–

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domenica, 20 febbraio 2011

 

La lontananza

A volte ci lamentiamo, anch’io l’ho fatto in passato, che la nostra classe politica è troppo lontana da noi popolazione, dalla nostra vita vera, quotidiana.
Oggi farò l’esatto contrario.
Penso che la distanza non sarà mai abbastanza. <!–

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sabato, 19 febbraio 2011

 

I nuovi clienti

Ho cambiato gestore del telefonino, perché c’era un’offertona per i primi sei mesi se mi presentava un cliente, che ha anche lui un piccolo vantaggio.
Senonché io adesso ho una tariffa favolosa (quasi quasi mi pagano per telefonare), che mi sarà utile assai poco, perché telefono pochissimo. E invece lui ha una tariffa scandalosa, e che però non si può cambiare perché la tariffa favolosa è solo per i nuovi clienti, e i vecchi nisba. E allora gli converrebbe passare ad un altro gestore, magari quello che avevo io, che per i primi sei mesi per ogni euro che spendi te ne accredita mille e ti offre anche un caffè (io col mio gestore non so neanche che tariffa avevo, per dire).
Non sono sicuro, ma sospetto che cambiando gestore ogni mese alla fine ci si possa anche farsi mantenere dalle offerte.
Perché a quanto pare a questi gestori interessano i nuovi clienti, ma quelli vecchi dopo sei mesi gli avanzano. <!–

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venerdì, 18 febbraio 2011

 

Amare

Nomino il 19 febbraio Giornata Ufficiale delle Persone Importanti per liczin.
Ed è festivo.
A quanto ho capito anche il 17 marzo sarà festivo (ma viene scambiato con un altro giorno o non pagato ai dipendenti, non ho ben capito). Io francamente del 17 marzo non sapevo niente, e prima dell’annuncio della festa era una data che non mi diceva niente. Ammetto anche che la festa straordinaria mi faceva piacere non tanto per il simbolo o che, ma per il fatto che quest’anno dall’epifania al 2 giugno era tutta una tirata con la coincidenza del 25 aprile e con il primo maggio domenicale (suppongo con impennata del PIL e balzo vertiginoso nei versamenti delle imposte degli industriali italiani, considerando che una giornata in più o in meno fa tutta questa differenza).
Però ridursi a decidere all’ultimo minuto…
Bisogna anche capirli questi poveretti del Governo: gli è scoppiata questa ricorrenza dei 150 anni senza che se la potessero aspettare. Pensare già dall’anno scorso all’opportunità di fare festivo il 17 marzo, che diamine, com’era possibile? Chi poteva prevedere che dopo i 149 anni venissero i 150?
E allora va bene anche l’incertezza a un mese dalla data, considerando che anche una prima comunione, una visita medica, o persino una riunione di condominio, in genere si progettano con maggior preavviso; ma in fondo è solo una festa nazionale, riguarda solo sessanta milioni di persone, mica tre miliardi.
Il bello di questo dibattito è che a nessuno importa un fico secco della ricorrenza (a me per esempio interessa solo di non lavorare per un giorno, magari due): e anche i due che finora hanno proposto la solennità lavorativa (cioè ignorare la data) sono la Marcegaglia e Calderoli, ma senza crederci davvero: la prima tanto per fare caciara, per vittimismo di categoria, per mandare un segnale ai suoi elettori; il secondo (a traino della prima, perché all’inizio era stato zitto) tanto per fare caciara, per retorica separatista, per mandare un segnale ai suoi elettori.
E però al netto di tutto questo: io alle mie persone importanti penso tutti i giorni, il Governo a me ci pensa mai? (Mi sa che non mi vuole bene.) <!–

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giovedì, 17 febbraio 2011

 

Chi serve cosa

C’è una pubblicità per cui chi ha i televisori HD dovrebbe farsi un abbonamento per la televisione HD, sennò, che diamine, il televisore è sprecato.
Cioè si segue il principio per cui non si parte da un bisogno per comprare un prodotto (anche di un bisogno futuro, o potenziale), ma bensì si parte dal prodotto per arrivare all’uso.
Se ho un televisore a colori non devo perdere tempo a vedere “Casablanca”, e devo guardarmi “Vacanze di Natale”, che è a colori, anche se mi fa vomitare.
Come se io avendo un’auto che porta cinque persone dovessi pagare quattro comparse per riempirla, o se possedendo un ombrello dovessi andarmi a cercare la pioggia, o se, giacché ho una laringe, dovessi parlare sempre, a costo di dire cazzate. <!–

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mercoledì, 16 febbraio 2011

 

Festival di Sanremo, toh!

Non ci crederete, ma dopo alcuni anni che non succedeva ieri sera mi sono visto tutto il festival di Sanremo.
Non starò a giustificarmi: avevo amici a cena e dopocena giocando a carte abbiamo lasciato la televisione accesa. (E siccome Sanremo prende tutto il pubblico le altre reti programmano il vuoto pneumatico, e così Sanremo prende tutto il pubblico.)
Vi elencherò in ordine sparso alcuni appunti mentali che mi sono preso (ho buona memoria, ma molte cose me le starò dimenticando).
 
Pistolotto iniziale della Clerici con una bambina (a quanto ho capito sua figlia): vieterei per legge l’uso dei bambini in televisione (anzi credevo lo fosse già), vieterei anche la Clerici e i pistolotti patetici. Fanno vacillare le mie convinzioni su tortura e pena di morte.
 
All’inizio guardare il festival in giusta compagnia, grazie ai commenti salaci è pure divertente, ma passa presto. (Sono vestiti di scuro su fondo scuro: forse sono animatori di Topo Gigio. Lui ha una giacca di pelle d’anguilla. Ecc.)
 
I comici Luca e Paolo non sono divertenti, ma al di là delle battute scontate hanno cantato di gran lunga meglio di tutti i cantanti.
 
Le signore Rodriguez e Canalis sono molto belle. Punto e basta. (Anzi no, non basta: è questo il punto.)
 
La signora Rodriguez, essendo argentina, ha ballato un tango. Mi sono sorpreso che la Canalis, essendo sarda, non abbia suonato le launeddas o governato delle pecore, che Luca e Paolo non abbiano fatto il pesto, ecc. fino a che, essendo tutti italiani, non avrebbero insieme fatto la pizza suonando il mandolino su una gondola vestiti da arlecchino e colombina.
 
La maggior parte dei cantanti professionisti canta male, spesso senza voce.
 
La cantante Giusi Ferreri aveva un vestito incongruente, come un camionista con un tutù: se si muove come John Wayne perché non vestirla da cow boy?

Alcuni dei “big”  non avevo la minima idea di chi fossero, ma almeno questo è colpa mia. Spero.
 
Dopo mezzo minuto di ciascuna canzone si tende a cercare il tasto dell’avanti veloce.
 
Tra una canzone e l’altra stacchetti tipo Bob Marley e AC-DC, “My Sharona” e “Smoke on the water” (e mi pare anche un “Nessun dorma” prima di Al Bano). Non so se per svegliarci o per ricordarci come sono le canzoni davvero.
 
Le presentazioni ingessate fanno molto vintage. Potevano metterle in bianco e nero. Anzi solo in nero. E senza audio.
 
Quello che manca è un’idea. Anche solo mezza. (Ah, c’è Federico Moccia fra gli autori.)
 
La soprano sovrappeso arrivata a metà di una canzone per fare due o tre strilli lamentosi era visibilmente sbattuta. Dava l’impressione di essere arrivata lì in ritardo dopo una corsa sotto la pioggia.
 
L’inizio, con la ginnastica ritmica, è sulla musica più melanconica del mondo (mi pare Kachaturian, la conoscevo dalla colonna di 2001 Odissea nello spazio), tanto per rendere l’idea.
 
Gli uomini entrano da una porta laterale, in piano, le donne devono percorrere una passerella liscissima in discesa: però nessuna cantante muore, con delusione dello scenografo (e non solo sua).
 
Le canzoni sembrano quasi tutte riedizioni di vecchie canzoni.
 
Regna un dilettantismo da spettacolo da villaggio turistico (la serata con gli ospiti). La parodia (citazione? omaggio?) del twist di Pulp Fiction è degna di un sabato pomeriggio in parrocchia. Belen saluta la famiglia in platea come neanche ad un saggio di ginnastica di terza elementare.
 
Tutto ciò non fa che aumentare la mia cocente invidia per gli autori televisivi: senza fare assolutamente niente riscuotono fior di quattrini. Ah, invidia! <!–

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Laboriosi borsaioli

Dice che il tg1 è in calo di ascolti ed è ormai superato dai concorrenti.
È un peccato. Non tanto per il fatto che l’attuale direttore ha un così evidente insuccesso di pubblico, oltre ad abbattere l’autorevolezza del giornale (pubblico, quindi nostro) che dirige, ma per il fatto che così meno persone si possano godere capolavori come un servizio che hanno trasmesso ieri sera.
Non ho pratica né voglia di mettermi a cercare su youtube ma si meriterebbe un link.
Un servizio sul cimitero dei barconi dei clandestini a Lampedusa (non un’idea originale: ne hanno parlato i giornali e il tg1 è andato a traino).
Il candido giornalista si aggira tra i barconi in secca e mostra degli operosi isolani che smontano le eliche: “è tutto bronzo”. Ma non solo le eliche, in pratica i barconi li “spolpano” (ha detto proprio così) e il giornalista intervista uno di quelli “al lavoro” che gli conferma che in effetti sì, se gli serve prendono anche pezzi di motore, cose del genere.
E poi passa a dei profughi che girellano lì intorno (tunisini romantici che vanno a vedere le barche con cui sono arrivati e controllano se hanno dimenticato qualcosa, secondo il giornalista), e lo fa con un passaggio da un lato all’altro di un barcone: “E mentre da questa parte gli italiani lavorano…”
“Lavorano”?!
In italiano c’è un termine più preciso per quei lavoratori, ed è definito anche in un testo ufficiale: “Chiunque si impossessi della cosa mobile altrui sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri”. È l’articolo 624 del Codice Penale, quello che parla del furto.
Quei tizi che il candido giornalista (che tra l’altro all’inizio ha pure detto “sarebbero in sequestro penale, ma nessuno sembra farci caso”) mostra e intervista non sono isolani operosi che lavorano, ma ladri che rubano.
In un film sarebbe una gag: immaginatevi un servizio sui furti in appartamento in cui il giornalista va a intervistare delle persone che escono da una porta forzata con dei sacchi sulle spalle, e chiede loro “ma voi che state partendo per le vacanze con i vostri bizzarri bagagli, non avete paura dei topi d’appartamento?” In un film, o in un varietà televisivo, sarebbe uno sketch comico; in un vero telegiornale sarebbe una scena sconfortante.
Ma il tg1 non è mica un vero telegiornale.
<!–

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martedì, 15 febbraio 2011

 

La biologia è sopravvalutata

I single potranno adottare figli?
In Italia non si può, è vietato, ma la corte di cassazione sollecita una legge in merito.
La chiesa cattolica ricorda che per un bambino sono necessari entrambi i genitori.
Bene, è vero.
Per un bambino è necessario anche mangiare e bere, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, le opportunità, ecc.
A volte però si considera che un’assistenza sanitaria minima è meglio di niente, per esempio, che mangiare una volta al giorno è meglio che non mangiare mai, e anche che è meglio un genitore affettuoso che un orfanotrofio in Cambogia o Equador. Ma non per la chiesa cattolica, che in questo campo è per il tutto o niente.
E allora è meglio uno stanzone pieno di bambini che non sanno cosa vuol dire avere una casa, una madre, uno zio, dei cugini.
C’è solo da aspettare che portino fino in fondo questo principio togliendo i figli ai vedovi e ai divorziati per consegnarli ad apposite strutture (e magari ho un’idea su chi dovrebbe finanziarle e chi gestirle e lucrarci…). Perché quegli stanzoni pieni di bimbi fanno un’allegria…! <!–

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Accattoni

Nella zona lo conoscevano tutti. Era quello che barcollava per le strade e chiedeva mille lire per un panino, ma se gli offrivi un panino bofonchiava qualcosa e se ne andava, perché voleva le mille lire, ma per il vino.
L’Italia (tramite il ministro Maroni) chiede aiuto all’Unione Europea per l’ondata di profughi dal nord Africa; l’Europa offre operatori e collaborazione; l’Italia rifiuta sdegnosamente: poi fa richiesta di cento milioni.
Ma il problema è che in zona ci conoscono tutti. <!–

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lunedì, 14 febbraio 2011

 

Io e Beethoven

molti anni fa
Da bambino avevo imparato a fare sul pianoforte le prime nove note di “Per Elisa”, come immagino milioni di persone. Mettete da parte questa premessa.
 
anni fa
In quell’anno, ricordo, ero indeciso sulla destinazione delle mie vacanze; guardavo la mappa dell’Europa (all’epoca viaggiavo da solo, in treno, quindi il mio orizzonte era europeo). Allora mi chiesi perché viaggiavo, e se la coscienza del perché non mi avrebbe facilitato la scelta. (Certo se uno viaggiasse per imparare il polacco escluderebbe il portogallo, per esempio.)
Mi ricordo che mi sentii molto intelligente a fare questo pensiero.
 
giorni fa
Che il dibattito politico italiano approdi al litigio sulle interpretazioni di Kant lo trovo positivo, perché chiarirsi sui perché facilita le scelte conseguenti: fissare cosa si intende per libertà (ognuno fa quello che può permettersi oppure ognuno ha esattamente le stesse opportunità), per democrazia (interesse complessivo della comunità o somma degli interessi particolari della maggioranza), per politica, governo, equità, separazione dei poteri, ecc. aiuterebbe un sacco a fare le scelte in campo politico, a comprenderle, e persino a scegliere per chi votare.
 
Peccato che Kant in mano a certa gente dev’essere come Beethoven in mano a me seienne. <!–

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