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domenica, 11 settembre 2011  

Cose che si imparano

C’è uno spot televisivo di un servizio di telefonia.
La voce fuori campo di un uomo di successo (lo si vede dopo che è di successo, ma lo intuisce da subito, e del resto nelle pubblicità ci sono solo uomini di successo) che parla sulle immagini di sé stesso bambino. Dice:
“Ho imparato che pensare in grande è il modo migliore per crescere. Ho imparato che è facile essere furbi ma essere trasparenti conviene.”
Nelle immagini sulla prima frase il bambino misura la propria altezza segnandola con un lapis sullo stipite della porta, ma siccome non è soddisfatto sale su un rialzo, si mette in punta di piedi e segna col lapis più in alto della propria testa: questo io non lo chiamo pensare in grande, bensì barare, e barare con sé stessi. Cosa che peraltro lo costringerà poi a barare ancora per dimostrare una crescita e poi ancora e sempre di più.
Finché imparerà che essere trasparenti (chiunque altro avrebbe detto “sinceri”, ma vabbè…) “conviene di più”. In pratica ha imparato a essere utilitaristico, a fare il proprio interesse, senza il minimo accenno a cose come etica, coscienza, morale.
Cose evidentemente inutili per il successo. <!–

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mercoledì, 07 settembre 2011

 

Sproloquiando su una manovra

Pare che il cosiddetto “contributo di solidarietà” (non capisco perché non chiamarla aggiunta di un’aliquota dell’irpef) interesserà i redditi sopra i 300 mila euro; pare (ho sentito dire) che in Italia siano circa undicimila quelli che dichiarano tale reddito, per circa il 60% dipendenti. Imprenditori e professionisti continueranno a non pagare (e a questo punto, tanto falliremo comunque…).
 
Alla fine la manovra economica “di ferragosto” (di cui si è vantata la tempestività) sta arrivando (dopo un mese) alla sostanza: aumento dell’iva (più tasse per i poveri), meno pensioni (lavoratrici), aliquota aggiuntiva irpef su chi dichiara redditi altissimi (per la maggior parte dipendenti, bizzarramente), indebolimento contrattuale dei lavoratori (che non si capisce come riduca il debito pubblico), soppressione delle festività patronali (tranne San Pietro e Paolo), ecc.
Insomma le categorie colpite sono poveri, lavoratrici, lavoratori, onesti.
Siccome ho la sensazione che questa manovra non sarà sufficiente, me ne aspetto un’altra dopo qualche settimana (“manovra di natale” forse). E anche dalla prossima manovra non mi aspetto che si dia un limite all’8 per mille alle chiese (come c’è sul 5 per mille, che mi chiedo perché si chiami così), non mi aspetto che si abolisca l’esenzione dall’Ici dagli immobili ad uso civile e commerciale di proprietà della chiesa, non mi aspetto una riduzione dei contributi alle scuole private, non mi aspetto una patrimoniale sugli immobili oltre alla casa di abitazione (o almeno su quelli sfitti/locati in nero), non mi aspetto un accostamento dei valori catastali a quelli di mercato, non mi aspetto una drastica riforma delle pensioni dei parlamentari (simbolica da un punto di vista delle cifre complessive, ma necessaria come esempio), non mi aspetto una rimodulazione dell’irpef in senso progressivo (la fascia di reddito fra i 28mila e i 55mila euro ha tutta la stessa aliquota, come se fosse una fascia omogenea), non mi aspetto controlli sulle categorie che evadono di più (architetti, carrozzieri, dentisti, idraulici, medici, imprenditori che dicono “se pagassi le tasse non ce la farei”), non mi aspetto la dismissione di enti inutili che servono come riserve di poltrone dirigenziali per i partiti, non mi aspetto un aumento dei canoni di concessione (per televisioni, telefonia, suolo pubblico, ecc.), ecc.
Mi aspetto invece prelievi sul tfr, riduzioni e dilazioni delle pensioni, riduzione di ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di disoccupazione, magari anche assegni familiari), tasse una tantum lineari, aumenti delle imposte indirette e delle tariffe dei servizi, tagli ai servizi pubblici (smantellamento di scuola e ricerca, di sanità pubblica, ecc.), svendita di beni pubblici redditizi, ecc.
Insomma in sintesi mi aspetto un’ulteriore distribuzione dei sacrifici sulle fasce deboli.
 
A proposito della sostanziale abolizione delle festività patronali, con eccezione di San Pietro e Paolo, un paio di appunti.
Non si capisce perché l’eccezione di San Pietro e Paolo: perché mai dovranno avere una festività in più rispetto al resto d’Italia i comuni di Berzano San Pietro (AT), Fordongianus (OR), Passerano Marmorito (AT), Agropoli (SA), Pregnana Milanese (MI), Roma, Castelgomberto (VI), Galatina (LE), San Piero a Sieve (FI), Clivio (VA), Chatillon (AO), Cetara (SA), Villafranca di Verona (VR), Oleggio (NO), Lissone (MB), Luino (VA), Lamezia Terme (CZ), San Pietro Vernotico (BR), Schio (VI) e altri? Mistero… (Comunque secondo me quest’eccezione la tolgono…)
 
In generale la soppressione di festività, l’aumento delle ore lavorative, viene giustificata con l’aumento della produttività (cioè più produzione a parità di costi). Il problema dell’attuale crisi però non è che le aziende non producono abbastanza da evadere gli ordini, quanto che gli ordini non ci sono: non è producendo più lampade o biscotti che le aziende vendono di più, perché le richieste non cambiano in base alla produzione; non è rimanendo aperto fino a mezzanotte che un negozio di rubinetti o di tappeti vende di più, perché chi va a comprare alle dieci di sera sarebbe andato comunque in altri orari. Anzi impoverendo i lavoratori si deprime il mercato.
E non è neanche una questione di rapporto tra costi di produzione e prezzi: i costi di produzione sono solo uno degli elementi su cui si fanno i prezzi (ci sono elementi di marketing, si considera quanto la clientela è disposta a pagare: per esempio all’estero ho visto gli stessi oggettini cinesi che da noi sono “Tutto a 99 cent” venduti a meno di 20 centesimi e il costo di produzione non è tanto diverso). Le imprese che hanno riduzioni dei costi rarissimamente diminuiscono i prezzi (in genere si godono i maggiori redditi imboscandoli al fisco). <!–

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martedì, 06 settembre 2011

 

La memoria dell’acqua

Una cosa che credo di aver capito della medicina omeopatica è la cosa della memoria dell’acqua, che mi pare funzioni così: si mette un principio attivo nell’acqua, poi si diluisce la soluzione moltissimo finché non resta traccia del principio attivo; l’acqua che rimane manterrebbe “memoria” del principio con cui ha avuto contatto, in qualche modo ricordandosene il “messaggio”. Più o meno.
Però se così fosse, nei milioni di anni, l’acqua che ci troviamo oggi dovrebbe ricordarsi di tutto: sale, colate laviche, scaglie di pesce, ruggine di peschereccio, squame di dinosauri, crema solare dei bagnanti, sfiato di balena, decomposizione di foglie secche, saliva di mucca, locomotive, battezzandi, tetti di paglia, fondo di surf, rosso acquerello, scogli, spaghetti, cesio 137 di Bikini, pipì, detersivo al limone, manganese, naufraghi, e tutto quello con cui si è mischiata, strofinata, combinata, congiunta e staccata.
Chissà se si ricorda anche di quella volta che ci salutammo, io e J.
Piangevamo entrambi. <!–

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lunedì, 05 settembre 2011

 

Prestigiatori e strozzapalloni (reprise)

Un altro punto notevole della manovra che il governo ha escogitato (punto di cui si vantano i leghisti) è la gabella del 2% sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di chi è privo di prestanome con codice fiscale e posizione inps.
In effetti questa abitudine fastidiosa di alcuni di non provvedersi di prestanome (un amico, un cugino, un professionista che prende l’1%) per fare operazioni finanziarie, andando così contro le più basilari regole sociali italiane, è da contrastare in tutti i modi.
Non hai un prestanome? Niente trasferimento di denaro!
E che diamine! Ci sono delle tradizioni in questo paese!
 
PS: Che poi gli immigrati irregolari già dal 2009 (decreto Maroni, Legge 94) non possono fare rimesse a casa. <!–

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Prestigiatori e strozzapalloni

A proposito della solita manovra ha attirato la mia attenzione uno dei punti principali per diminuire il debito pubblico: il recupero coattivo delle somme dovute per il condono fiscale 2002.
Credo che dovrebbe parlarne un tecnico, magari uno dell’agenzia delle entrate, ma intanto noto che:
a) se erano somme dovute erano già nei crediti, quindi facevano già parte del saldo credito/debito pubblico;
b) se non sono state riscosse finora ci saranno dei motivi (magari lunghi ricorsi, irreperibilità, morte, estinzione, ecc.), motivi che continueranno ad esserci;
c) se un contribuente non ha perfezionato il condono con il versamento del dovuto, non è debitore della somma del condono (più interessi e sanzioni) bensì di tutto ciò che ha evaso e che intendeva sanare con quel condono (che però risale a più di dieci anni fa e quindi diventa impossibile da accertare).
Insomma tutti gli incassi calcolati nella manovra alla voce “recupero condono 2002” mi sembrano evidentemente soldi virtuali, inesistenti, inesigibili.
Quanto si spera che regga il trucco? <!–

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Domande, dubbi, perplessità

Onorevole ministro, in che modo la debolezza contrattuale dei dipendenti (facilità di licenziamento, apertura al ricatto occupazionale, prevedibilmente minori retribuzioni, specialmente nelle aziende piccole e medie) ridurrà il debito pubblico?
Onorevole ministro, dato che tra le misure antievasione e antiriciclaggio c’è la riduzione del limite massimo per le operazioni in contanti (da 12500 a 5000 e poi a 2500 da agosto), a cosa serviva l’aumento dello stesso limite (da 5000 a 12500) tra i primissimi provvedimenti del corrente governo (D.L. 112 25/6/2008)?
Onorevole ministro, ora la priorità è la riduzione del debito pubblico: qual era la priorità sei mesi fa? (e diciassette anni fa? e dieci anni fa? e sei anni fa? e due anni fa?) <!–

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sabato, 03 settembre 2011

 

Che c’è da ridere

Ho visto il trailer del film di Ezio Greggio presentato alla Mostra di Arte Cinematografica di Venezia. Sottolineo “Arte Cinematografica”.
Non è che io sia uno snob raffinato cultore dell’umorismo sottilissimo (tanto sottile da non risultare), né che non sappia apprezzare la comicità (uno dei miei film di culto era “L’aereo più pazzo del mondo” che mi faceva ridere tutte le volte, poi per un periodo l’ho trovato noioso, poi tempo fa l’ho rivisto e mi ha rifatto ridere), però la comicità di Greggio è proprio il grado zero.
Con l’occasione elencherò alcuni meccanismi comici: tutti non sono male in sé, ma hanno senso se rafforzano una cosa divertente, se condiscono una buona pietanza, altrimenti semplicemente mi sono insopportabili.
“Ok, sono divertente: ridete”: ci sono attori (mi vengono in mente Riccardo Rossi, Pieraccioni o Chavy Chase da giovane, per esempio) che sono simpatici e divertenti. Ma talvolta sono convinti che questo basti, e si presentano senza niente da dire.
“Gli uomini travestiti da donna”: bisogna essere Tony Curtis e Jack Lemmon diretti da Wilder, altrimenti, dal villaggio turistico al Bagaglino, dal cinema alla televisione vi prego, basta, fate tristezza.
“Aho”: l’inflessione dialettale è utile per caratterizzare un personaggio o una situazione e renderla più divertente (io a volte imito il livornese), ma da sé l’essere napoletano/toscano/romano/siciliano/ecc. non basta.
“Tormentone”: in sé dire venti volte la stessa parola non la rende comica. A me fa ridere Leonardo Manera quando riesce ad usare il tormentone fantasiosamente a proposito, non mi fa ridere quando semplicemente ripete una gag.
“Parodia”: fare la caricatura di qualcosa è semplice, ma bisogna che i tratti caricati siano scelti con cura e caricati in modo intelligente; dev’essere il modo di evidenziare dei particolari già potenzialmente grotteschi.
“Cacca”: andare su un palcoscenico e dire “cacca”, “culo”, ecc. facilmente fa ridere il pubblico. Ma basta? (Non mi risulta che Laurel e Hardy, Buster Keaton, Chaplin abbiano mai ricorso a questi mezzucci.)
Insomma anche la comicità necessita di idee, in assenza, prego, astenersi. <!–

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venerdì, 02 settembre 2011

 

Un punto d’iva, un appunto d’ira

Gli annunci che girano (con smentite, ritorni, esagerazioni, ecc.) sembrano una manovra mediatica per farci abituare all’idea che aumenterà l’iva. Addirittura si parla di un aumento al 22%, così poi l’aumento di “un solo” punto sembrerà una riduzione.
Allora, per chiarire cosa vuol dire aumentare l’iva è il caso di ricordare ai non tecnici che l’iva è un’imposta regressiva, cioè pagata più dai poveri che dai ricchi.
Questo, in parole semplici, perché il povero spende tutto il suo reddito (perché mangia, si veste, paga le bollette e non gli rimane niente) e quindi paga di iva quasi il 20% del suo reddito; il ricco non spende tutto il suo reddito, e più è alto e più può mettere da parte, tesaurizzare, investire (perché dopo aver mangiato, essersi vestito e aver pagato le bollette gli rimangono ancora soldi), quindi supponendo che spenda solo metà del suo reddito paga di iva solo il 10% del suo reddito (e tra parentesi in tempi di crisi i ricchi non investono, ma tesaurizzano: tant’è che oro e argento hanno raggiunto quotazioni record).
Perciò un aumento dell’iva colpisce più i poveri dei ricchi.
(Senza considerare che per i ricchi è più facile evadere, semplicemente intestando i beni a società che recuperano l’iva.)
Ecco, tanto per chiarirsi le idee. <!–

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giovedì, 01 settembre 2011

 

Esperti da un altro mondo

Ok, questo non è quel tipo di blog, però non ho uno psicanalista… Casomai saltate questa premessa.
Sono stato in vacanza a ovest, cioè quando qui è sera lì è pomeriggio, e quando qui è mattino laggiù è notte. Quindi a logica dovrei avere difficoltà ad addormentarmi e poi a svegliarmi (come mi è naturale, perché in genere la mattina dormirei fino a tardissimo).
Tempo due giorni e già la sera prima di tornare a lavorare vado a letto dopo l’una e poi mi sveglio fra le quattro e le cinque e comincio un sonno frazionato e affannoso. Dopo il primo giorno di lavoro vado di nuovo a letto dopo l’una e di nuovo a notte fonda mi sveglio e mi rivolto nel letto con pensieri di morte. Non so come sopravvivrò a lungo senza quello che una volta si chiamava esaurimento nervoso (adesso non so, avrà un nome meno demodé).

 
Ho letto su un giornale i “consigli degli esperti” per prolungare i benefici delle vacanze: cose tipo di mantenere gli orari della vacanza, cose tipo di mantenere una sana alimentazione, cose tipo di preoccuparsi delle cose veramente importanti, cose tipo di mantenere l’esposizione alla luce solare.
Evidentemente “gli esperti” non hanno treni pendolari da prendere, figli che vanno a scuola, cartellini da timbrare, uffici che chiudono per scadenze da rispettare; tutto l’anno hanno camerieri che preparano l’omelette e il succo d’arancia per colazioni a cui possono dedicare mezz’ora o anche più; nessuno li aspetta; sanno quali sono le cose veramente importanti; non solo non lavorano in un ufficio o in un officina, ma vivono anche su un pianeta in cui la durata della giornata è lunga anche d’inverno.
Questa cosa che “gli esperti” vivono su un altro pianeta spiega tutto. <!–

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mercoledì, 31 agosto 2011

 

Esemplari

Noi bastiancontrari siamo così: tutti dicono una cosa e a noi ci viene da pensare perché dovrebbero avere torto.
Per esempio sullo sciopero dei calciatori.
È pensiero comune che sia assurdo, che i calciatori siano privilegiati, e che non abbiano reale diritto a fare sciopero e a privare la nazione di un servizio essenziale come il campionato di calcio.
E a me viene da pensare che sono lavoratori e che hanno in corso una vertenza coi datori di lavoro. Che poi io non so neanche quali siano i punti contesi (la gente non ne parla, potrebbero essere capricci o cose serie, pare interessi poco), ma non sono neanche tanto affari miei.
Di mio mi fa piacere che la vertenza ci sia, che la categoria sia compatta nello sciopero, e spero che i calciatori ottengano tutto quello che vogliono dai datori di lavoro, anche i capricci.
Per esempio. <!–

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Allegria del ritorno

A me capodanno non mi dice niente, per me il periodo dei buoni propositi è questo: continuo ad andare con l’anno scolastico.
E il proposito di quest’anno per il ritorno dalle vacanze era di svegliarmi con un grave malore che mi impedisse di tornare al lavoro, e mi portasse nel giro di un paio di giorni ad una morte serena e solitaria.
Ma si sa: i buoni propositi sono destinati a restare tali… <!–

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martedì, 30 agosto 2011

 

Il signor Mercati torna in città

Se io fossi il signor Mercati (non so se avete presente, quei “mercati” che giudicano le manovre economiche) prenderei atto che per l’Italia non c’è più niente da fare, quantomeno con questo governo (non per niente le operazioni di risanamento, quando siamo stati obbligati per esempio per entrare nell’Euro, le hanno fatte gente come Ciampi e Prodi).
Alla fine pare che il debito pubblico italiano si debba risolvere con l’ennesima riduzione e allontanamento delle pensioni e con l’eliminazione delle province (se, come, forse, quando ci sarà).
In pratica con un provvedimento (se, come, forse, quando sarà preso) che forse nel lungo periodo diminuirà i costi (semplicemente trasferendo a regioni e comuni le funzioni e i costi delle province ma senza dar loro le risorse per espletarle, ci posso scommettere), ma nel breve periodo (diciamo almeno un paio di anni di transizione) farà persino aumentare costi e confusione.
Cioè in pratica non si fa niente tranne il solito blablabla.
Se io fossi il signor Mercati mi libererei di qualsiasi titolo italiano, non solo pubblico ma di qualsiasi cosa mi ricordasse anche solo lontanamente il cosiddetto Bel Paese.
E non lo dico perché in vacanza ho parlato con degli argentini che mi hanno interrogato perplessi sul nostro governo (“Noi abbiamo avuto Menem, ma Berlusconi è peggio”, e sappiamo tutti i risultati di Carlos Menem in Argentina, vero?). <!–

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giovedì, 25 agosto 2011

 

Attinie televisive

Conosco una tipa che fino a poco tempo fa non aveva il televisore in casa, e se ne vantava come se fosse un gran merito. Non capiva i riferimenti a cose che tutti gli altri  conoscevano, non aveva idea di chi fossero persone che tutti gli altri avevano presenti (un po’ come càpita anche a me quando guardo certe copertine dal giornalaio: “Pinco lascia Pallina” “Pallina si consola con Tizio” “Caio si confessa” “Clamoroso: Sempronia è incinta” e così via) e ne era molto fiera, si sentiva superiore (come càpita anche a me non conoscendo Pinco, Pallina, Tizio, ecc.).
Io con la televisione ci sono cresciuto, ne ho imparato i linguaggi, mi ci sono abituato e ormai so distinguere, fare la tara, vedere in trasparenza: ormai è difficile che la televisione mi freghi.
Ora questa tipa che conosco ha messo su famiglia, e in casa hanno un televisore, e lei segue con interesse cose come X-Factor e l’Isola dei famosi: forse perché non ha sviluppato gli anticorpi in tempo, forse perché è come coi pesci pagliaccio con le attinie, che hanno bisogno del contatto continuo per mantenere l’immunità. <!–

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mercoledì, 24 agosto 2011

 

Quelli che odio (2)

Si organizza questa cosa e la mia amica Luisa (nome di fantasia, ovviamente) si incarica di preparare una paginetta di invito da mandare in giro con orari, indirizzi, indicazioni.
Lo manda agli altri organizzatori per il controllo: è quasi 7 Megabytes.
Glielo faccio notare, lei mi risponde che non c’è problema: lei può inviare allegati fino a 25 mega.
Ecco, a me la gente così mi fa incazzare.
Perché non si pone il problema degli altri. In questo caso che c’è qualcuno che quegli allegati se li deve scaricare (chi ha una connessione dial-up e ci mette un’ora di collegamento se va tutto bene, chi ha un contratto a quantità di dati, chi con soli 80 messaggi da 25 mega si ritrova che Outlook Express non riceve più posta, chi va una settimana in vacanza e al ritorno trova che qualche messaggio pesantissimo gli ha riempito la casella e la posta gli sta rimbalzando da giorni, e così via), ma la mia amica Luisa (e quelli come lei) non se ne cura. E se qualcuno (io) glielo fa notare lei fa spallucce.
Chi se ne frega degli altri? Lei no di certo.
Che poi per fare una pagina così pesante vuol dire che c’ha infilato dentro fotografie da tre centimetri ma da 700 Kb ciascuna, c’ha srotolato un inutile sfondo da mezzo mega, ecc.
Gente da powerpoint. Gente che per mandarti una barzelletta vecchia e stupida da quaranta parole ti allega un pps da quattro mega con quattordici fotografie di cuccioli di gatti.
Io la gente così la odio. <!–

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domenica, 21 agosto 2011

 

Cerchi e croci

C’è un posto a Parigi dove i turisti girano con la mappa a cercare i nomi segnati, alcuni dei quali gli ricordano qualcosa (immagini viste in un libro, cose sentite dire in televisione), altri dei quali non gli ricordano niente, e quasi tutti dei quali quando arrivano lì non vedono niente che li impressioni.
Del resto le tombe sono così: una vale l’altra, quello che cambia è il nome inciso sopra, ciò che ti evoca.
Collezionisti di crocette, cercano nomi noti (“Ehi, vieni, qui c’è uno famoso!”).
È già abbastanza impressionante vederli, quei turisti, al Pere Lachais, che cercano i morti.
Ma ancor più impressionante è riconoscerli, quei turisti, che fanno lo stesso al d’Orsay, per esempio: li vedi girare a cercare i quadri della guida, guardarli senza vederci niente (“dicono che è bello”), talvolta persino trovandoli belli (a forza di sentire che sono belli ci abituiamo a quel gusto, e infatti ci sono voluti cent’anni prima che gli impressionisti fossero “belli”).
Però collezionano crocette, cadaveri. <!–

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venerdì, 19 agosto 2011

 

Gallerie

In genere ne parlano male, dicono che imbrattano i muri (in genere non distinguendo chi fa variopinti murales da chi scrive “Juve merda” sul palazzo storico o si premura di usare il pennarello indelebile per marcare del proprio nome il monumento medievale). E allora sono vandali devastatori.
Poi ogni tanto si dice che sono artisti, se ne scopre la raffinata valenza nella rassegna dell’assessore o si nota che operano su quelle che sarebbero solo grigissime superfici cementizi e squallidi muri ferroviari. E allora sono espressivi artisti metropolitani.
E però personalmente quel che noto è che le scritte colorate che scorrono fuori dei finestrini dei pendolari sono tutte troppo simili. Dài un’occhiata dal treno e puoi essere a Bologna come a Parigi, a Kuala Lumpur come a Boston.
E non dubito che nelle sottili differenze tra una scritta e un’altra, tra una firma e un personaggio, ci sia spazio per il vero genio artistico (che magari a cercarli fra milioni, un paio di writers-artisti li trovi anche); ma mi pare che per lo più si tratti di mera tecnica, artigianato. Così come non erano tutti artisti i pittori di madonne del trecento, così come la maggior parte dei soffitti affrescati del seicento sono piatta esecuzione, così come solo pochissime delle sculture ottocentesche che ingombrano le chiese e i musei emergono davvero dall’artigianato.
Ma in fondo è così che funziona, ci sono sempre voluti migliaia di pittori insignificanti, scultori esecutivi, manovali della decorazione, semplici professionisti, per esprimere tre o quattro artisti al secolo.
La domanda è: dopo qualche secolo dobbiamo ancora tenerci nei musei i writer manovali o possiamo buttarli nel semplice antiquariato, nei magazzini nascosti della documentazione storica? <!–

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mercoledì, 17 agosto 2011

 

A saperlo…

Spesso i suicidi scrivono biglietti sui perché del loro gesto. Rarissimo invece che gli altri scrivano perché mai restano vivi. <!–

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domenica, 14 agosto 2011

 

Sono un ribelle, mamma

Da bambino ero un genio (poi già alle medie è cominciata la parabola discendente).
Mi ricordo di un “tema” delle elementari il cui titolo (una cosa sui suoni del mattino, il risveglio della giornata, roba così) prevedeva uno sviluppo sugli uccellini che cinguettano, il cigolare della bicicletta del fornaio che torna a casa dopo una notte di lavoro e roba di uguale polverosa retorica. Invece io raccontai di radiosveglie, sciacquoni, macchinette del caffè. In fondo disegnai anche la mappa della casa con i percorsi tratteggiati di tutti i familiari, di passi trascinati fra gabinetto e colazione, non evocando certo i fiori che sbocciano ma piuttosto bocche che si aprono in sbadigli, occhi cisposi, ciabatte.
Non lo feci apposta, intendiamoci, non fu un gesto antiretorico, ma piuttosto aretorico: mi chiedevano del mattino e io ho raccontato quello che conoscevo, senza compromessi.
Avrò avuto otto anni, e senza saperlo feci un tema fra il pop d’avanguardia e un Perec di là da venire.
Poi, dopo, tutta discesa. <!–

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giovedì, 11 agosto 2011

 

Ricordi d’infanzie

Che ricordi avranno i bambini di oggi?
Beh, credo non peggiori dei nostri o di quelli dei nostri nonni. Francamente questa storia dei ricordi generazionali mi è un po’ venuta a noia.
Ti ricordi?
I ghiaccioli costavano 50 lire, il calciobalilla con la moneta a bloccare la leva per giocare all’infinito, non c’erano ancora i frigoriferi e passava il carretto con quelle meravigliose barre di ghiaccio per le ghiacciaie, la figurina del feroce saladino/Pizzaballa/black lotus/Pikachu, la pubblicità della Polistil sulla quarta di copertina di Topolino, la sirena dell’allarme antiaereo e le corse nei rifugi (che poi erano cantine) e i fischi delle bombe, Carosello, le copertine della Domenica del Corriere, l’uccellino della radio, facebook, Hello Kitty, i Balilla e le Figlie della Lupa.
Che hanno di più bello i nostri ricordi infantili se non l’essere i nostri? <!–

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domenica, 07 agosto 2011

 

Megapissel

I due accanto a me parlano di “megapissel”, di qualcosa che ha dei megapixel ma non è una macchina fotografica (che è come dire di una macchina che fa il caffè ma non è una macchina da caffè, e vabbè). Di questo qualcosa (suppongo che sia un telefonino, perché adesso qualsiasi cosa è di base un telefonino) uno ha comprato una versione che ha un tot di megapixel, mentre l’altro aspetta perché ora ha letto che dovrebbe uscire una versione che tra l’altro ha più megapixel.
Mi chiedo se i due sanno cosa sono i megapixel.
Io ho due macchine fotografiche (che posso chiamare così perché fanno solo le fotografie, non ci si può telefonare neanche volendo) e hanno un certo numero di megapixel che non so neanche qual è, e siccome hanno qualche annetto immagino che abbiano meno megapixel del più scarso dei telefonini che escono oggi.
Io con le mie macchine fotografiche faccio fotografie nitide. Rimangono nitide a guardarle sul computer, a stamparle su carta, e anche a guardarle su un televisore led da 55 pollici; per vederle sgranate devo pigiare diverse volte sul tasto “zoom in”: immagino che sarebbero inadatte per dei poster da quattro metri, ma fino al 30×40 arrivano tranquillamente.
Mi chiedo che razza di servizi debba fare questa gente per preoccuparsi del numero di megapixel del loro (suppongo) telefonino.
L’impressione (ma è solo un’impressione) è i megapixel siano un numero come un altro; che quando si va a comprare una cosa tecnologica ci si preoccupi che i numeri siano più alti possibile (megahertz, pollici, watt, dpi, bytes, litri, ecc. e, ovviamente, megapixel) senza sapere che cosa voglia dire, a cosa servano, cosa farsene.
Come comprare un frigo in cui si può congelare un cammello o un impianto di irrigazione per sedici ettari: chi ha mai un cammello da congelare, e che se ne fanno di un impianto con chilometri di tubi i vostri due vasi di fiori (finti)?
Ma del resto un telefonino con una camera da un megapixel solo (più che sufficiente a fare quei filmatini sgranati che poi si vedono su internet) non si trova: provate a chiederla ai negozi e vi guardano come marziani in tutù.
Si corre al progresso inutile, al gonfiare qualità sprecate.
Vi rendete conto (ci stavo pensando ieri sera, rifacendo il letto) che l’Uomo ha inventato prima lo yoyo e i reattori nucleari e solo dopo molti anni le lenzuola con gli angoli? <!–

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sabato, 06 agosto 2011

 

Quattro tempi

Un post di solito ha quattro tempi.
Aspirazione (vorrei fare un post e lo penso), compressione (premo sui tasti e lo scrivo), scoppio (il post esce e voi lo leggete) e scarico (ce lo dimentichiamo lì, dove però rimane più o meno per sempre tra gli archivi, le memorie cache, i backup, i mirror, ecc.).
Quando lo penso il post è tutto al futuro: scriverò, leggerete, resterà; quando lo scrivo rimangono al futuro solo i leggerete e i resterà; quando lo leggete il post l’ho pensato e l’ho scritto; e poi infine il post l’avevo pensato, l’ho scritto, l’avete letto, è rimasto.
Ma io per quale tempo lo devo scrivere? Per quando l’ho pensato o per quando lo leggerete, o per il tempo più lungo per cui tutto è già successo? Oggi è il 15 luglio, ma programmo il post per uscire ad agosto, e voi potreste leggerlo anche tra un anno, o mai. <!–

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giovedì, 04 agosto 2011

 

Plin plon plon

Una cosa che non farò mai (seppure il futuro non si conosce mai e può sempre darmi di volta il cervello): non metterò una musichetta di sottofondo a questo blog. Un po’ perché è un appesantimento delle pagine. Un po’ perché non aggiunge niente al blog (come i cursori con la scia, gli sfondi barocchi, i caratteri inglesi e le gif animate). Ma soprattutto perché così potete leggerlo anche al lavoro. Birichini. <!–

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martedì, 02 agosto 2011

 

Parole della casa

Non mi ricordo dove lessi che le chiamavano “parole della casa”.
Le usavano una volta per segnare i prezzi sugli articoli in modo cifrato, in modo nascosto: si associava ogni cifra ad una lettera e si segnava il prezzo con le lettere; per esempio conosco una ditta dove usano le lettere in sequenza (A=1, B=2, C=3, ecc. fino a L=0), e così se su un cartellino c’è scritto BDLL vuol dire che il prezzo è 24,00 euro. Una volta la tecnica era più diffusa e allora solo i commessi del negozio conoscevano la corrispondenza tra cifre e lettere, che non era così banale, e per memorizzarla usavano una certa parola, che ovviamente doveva essere di dieci lettere tutte diverse tra loro.
Per esempio MURAGLIONE (M=1, U=2, ecc.), o PRIVAMENTO (P=1, R=2, ecc.), SIMULATORE, ecc.
Non mi ricordo dove lessi che uno scrittore si era messo a collezionare le possibili “parole della casa” (mi viene in mente Proust, ma potrebbe essere tutto un altro, o potrebbe essere una balla): è una bella collezione, un buon modo per passare il tempo nelle piccole attese, nei momenti di distrazione, una buona cosa da pensare quando non si vuole pensare ad altro.
Se volete prendetelo come suggerimento per le ore sulla spiaggia, in treno, in attesa del volo… <!–

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lunedì, 01 agosto 2011

 

Ciao

Agosto blog mio non ti conosco. Però siccome voglio continuare a coltivare le mie lettrici come fiori preziosi (e anche i lettori, vah) lascio qui il solito tradizio nale post-calendario, ma lascio anche dei post che affioreranno quando meno ve l’aspettate. Solo non risponderò subito ai commenti, però se li lasciate mi fa piacere lo stesso.

L1 M2 M3 G4 V5 S6  S D     1 D7 L8 M9 M10 G11 V12 S13 D14 L15 M16 M17 G18 V19 S20 D21 L22 M23 M24 G25 V26 S27 D28 L29 M30 M31

ciao <!–

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sabato, 30 luglio 2011

 

Sono violento

Lo confesso, forse non sarò l’unico ma questo non mi assolve: quando ho letto l’editoriale di Feltri sulla strage di Utoya anch’io sono stato attraversato da un pensiero assassino. Facile, ed è per questo che penso di non essere l’unico, ma assassino. Anch’io ho pensato ad un folle come quello norvegese, ugualmente allenato e motivato, ugualmente preparato e armato, ugualmente determinato che entrasse nella redazione di Feltri beccando inermi e impreparati lui e una cinquantina dei suoi compagni (spesso vorremmo che chi parla a vanvera fosse messo di fronte all’esperienza, purché siano gli altri).
Non mi è difficile immaginare la scena, perché l’abbiamo già vista un po’ tutti; e infatti mi immagino che ci sia almeno un’altra persona delusa dalla scarsa aggressività dei ragazzi norvegesi: l’attentatore. Avrà trovato noioso sterminare quei ragazzini piagnucolosi che pensavano solo a nascondersi e trascinare via i compagni colpiti; avrà preferito quelli che cercavano di nuotare via, almeno bersagli mobili.
Il fatto è che la scena del singolo armato e preparato attaccato da ondate di individui inermi, che contano solo sull’inesauribile quantità, è comune. L’abbiamo già vista nel film “Zombie” (a suo modo artistico, poi seguito da un fiume di repliche industriali) ma anche in film di guerra con gli avversari senza volto, l’abbiamo già vista in videogame violenti come Space Invaders (o suoi successori che hanno lo stesso schema come Doom e seguenti), ci è familiare, lo stesso attentatore l’avrà vissuta milioni di volte nella sua testa.
E anche nella mia testa la scena di Feltri sotto la pioggia di proiettili è facile, familiare, ma non meno violenta. <!–

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Il paradosso delle istituzioni

Non se avete presente il noto paradosso del mentitore.
In Italia il Presidente del Consiglio dice, da anni, che non ci si può fidare della Magistratura; il Ministro delle Finanze dichiara che non ci si può fidare del Ministero delle Finanze e della Guardia di Finanza (e perciò è giustificato che il suo amico sottragga al fisco un reddito di 4000 euro alla settimana).
Stando alle dichiarazioni delle istituzioni non ci si può fidare delle istituzioni. <!–

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venerdì, 29 luglio 2011

 

Jekyll/Hyde

Io sono una persona fondamentalmente cattiva che vorrebbe essere buona. Mi sforzo, ma neanche poi tanto, e il risultato è, come direbbe il poeta, uno stronzo con una spolverata di zucchero a velo (magari un poeta popolaresco).
Per esempio oggi uno che già non mi sta simpatico (il cassiere della banca in cui valutano chi far entrare guardandolo nella “bussola”) ha detto una cosa tremenda su dei tizi malvestiti (etichettati automaticamente come delinquenti): mi sono trattenuto, ma l’avrei azzannato ad un orecchio. Ma non l’ho fatto.
Voglia di mordere e resistenza.
E non so qual è l’azione cattiva e quella buona. 

<!–

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Il solito problema

Pare che la Carlucci (l’onorevole) abbia dichiarato che se il centrosinistra fosse stato al potere l’Italia avrebbe “migliaia di casi Winehouse”.
Al di là delle facili battute, per cui per esempio non c’è da valutare se è proprio meglio avere il centrodestra e un caso Tiziano Ferro (o Al Bano, o chi vi pare), mi viene da notare un paio di cose.
La prima è che si tratta di un merito ipotetico: negli ultimi anni in Italia ci sono stati effettivamente migliaia di “casi Winehouse”, cioè giovani morti per alcolismo e altre droghe; il fatto che con i governi di centrosinistra sarebbero stati di più e non di meno è tutto da dimostrare (e certo la Carlucci non lo fa e non lo può fare). La seconda cosa è che si riferisce ad un provvedimento attribuito a Prodi ma bloccato eroicamente dalla resistenza del centrodestra. Cioè la Carlucci, onorevole, sostiene di avere avuto un peso determinante nella formazione dei provvedimenti dei governi di centrosinistra; non lo sa ma si è attribuita la responsabilità di governo degli ultimi anni, persino per quando non era nella maggioranza di governo. Perché se aveva il potere di fermare delle leggi automaticamente è corresponsabile di quelle emanate.
La Carlucci, l’onorevole, non lo sa e non se ne rende conto: ha parlato a vanvera (come del resto càpita sovente), quel che mi preoccupa è che molte persone l’ascoltano ugualmente a vanvera.
È il solito problema: pensare stanca. <!–

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giovedì, 28 luglio 2011

 

Molto lavoro e niente gioco rende tristi poco a poco

Giorni di rush finale, molto lavoro per poi poter andare in vacanza. Sono già esausto, figuriamoci domani sera.
Con tutto questo lavoro e questa stanchezza non ho modo di pensare dei post, abbiate pazienza. <!–

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mercoledì, 27 luglio 2011

 

Tutto è permesso

Ci deve essere qualcosa che mi sfugge.
Non capisco perché alla Lega è permesso tutto.
Può aprire degli uffici di propaganda con le tasche del contribuente (anche voi e me, quindi) e se la cava con un rimbrotto. Può sodalizzare con uno stragista (l’europarlamentare Borghezio, che ha riconosciuto che le cose che sosteneva il mentecatto assassino di Oslo lui le dice da anni) e se la cava con una blanda scusa. Può provocare il terrorismo più fanatico (ricordate le magliette del ministro Calderoli?) e la cosa passa liscia (Calderoli è ancora un ministro italiano). Può dire una cosa e il suo contrario, può dichiarare in un modo e votare in parlamento al contrario e va tutto bene.
I leghisti possono dire qualsiasi nefandezza razzista priva di logica (davvero, a volte non c’è coerenza interna nella stessa frase), possono sventolare qualsiasi eversione, qualsiasi reato, e se la cavano con delle spallucce, come se fossero vaneggiamenti ininfluenti.
Ci dev’essere una qualche spiegazione, ma mi sfugge. <!–

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