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lunedì, 20 dicembre 2010  

Un uomo coi baffi

Il signor Gibrritzki era un uomo molto ricco, ed aveva due fissazioni: la misura del suo membro e incontrare la regina (senza legame tra le due cose, almeno in apparenza).
Tutte le mattine si applicava una macchinetta che aveva fatto costruire da un giovane ingegnere, che rapidamente gli dava su un display lunghezza, diametro, circonferenza e volume, a partire da un segnetto colorato di riferimento che si era fatto tatuare. Quando l’erezione mattutina non c’era o non era sufficiente il signor Gibrritzki chiamava una procace cameriera che provvedeva alla bisogna (e talvolta, a seconda dell’umore, finiva col “consumare” del tutto, non prima certo di eseguire la misurazione).
Il responso del sensibile attrezzo poteva condizionare l’umore della giornata del signor Gibrritzki, che nei giorni buoni (cioè con i valori più alti) era più attivo e sicuro di sé.
Ad una prima rapida doccia seguiva la corsa del mattino, che il signor Gibrritzki faceva nel suo parco: siccome correre non gli piaceva faceva correre qualche metro dietro di lui un incaricato con due dobermann, e così era motivato a fare ogni mattina i suoi cinque chilometri a velocità sostenuta.
Dopo la doccia cominciava la giornata lavorativa, durante l’abbondante colazione, con la rassegna stampa e gli appuntamenti del giorno.
Alla questione dell’incontro con la regina pensava spesso, ma soprattutto la sera.
A dire il vero una volta aveva già incontrato la regina, ma in un’occasione ufficiale in cui aveva semplicemente passato in rassegna imprenditori messi in fila, con scambio di frasi e sorrisi di circostanza. Il signor Gibrritzki voleva incontrare la regina in modo più diretto e tranquillo, prenderci magari un tè, scambiare quattro chiacchiere informali, una battuta, un sorriso non di circostanza.
Per questo aveva in moto una lenta azione diplomatica fra amicizie, clientele, amici di amici, e anche una specie di iniziativa collaterale: ogni primo del mese le mandava, in modo strettamente anonimo, una poesia.
Non erano belle poesie, se ne rendeva conto, anche se qua e là gli erano venute delle immagini di cui era piuttosto soddisfatto, ma sperava che colpissero non tanto per la loro qualità, quanto per la costanza.
Usava una vecchia risma di carta comprata in un grande magazzino molti anni prima, ed usava una vecchia macchina per scrivere, e non c’era modo di risalire a lui.
Sperava che da un lato o dall’altro sarebbe arrivato un giorno ad un colloquio privato.
Il signor Gibrritzki aveva anche altre piccole stranezze, ma essendo ricco nessuno gli dava troppo peso: per esempio talvolta si chiudeva nel suo studio con la messa da requiem di Mozart a tutto volume e l’ascoltava immobile con la faccia verso l’angolo del muro, o per esempio trascorreva spesso le serate a vedere le vendite televisive di anelli, attrezzi ginnici domestici, frullatori, quadri, o in altre occasioni coinvolgeva gli ospiti in scherzi telefonici volgari.
postato da liczin | 18:37 | commenti

domenica, 05 dicembre 2010

 

Nel labirinto

Teseo è antipatico: è un fanfarone che millanta grandi imprese, e così incanta la gente (le donne, specialmente, perché è bello e famoso); è uno di quei mascalzoni che hanno successo con le donne, che poi si lamentano di cascarci con gli stronzi, dopo che sono state usate: usate e poi piantate in asso…
Arianna gli ha dato quell’arma luccicante, e il trucco per entrare e uscire dal labirinto, ma il mostro? Come sconfiggerà la mostruosa creatura?
Quando Teseo, dopo un lunghissimo cammino tortuoso per fare pochi metri, si affaccia alla grande sala centrale ha paura.
Resta nell’ombra della porta, e resiste allo schifo del puzzo che viene da quel luogo, dove vive il mostro da anni, da sempre. Mucchi di avanzi di cibo ed escrementi, un vecchio mantello strappato, un osso. Sarà così che finiscono i ragazzi ateniesi mandati in sacrificio, o come si vocifera restano come schiavi nei palazzi del re? Il silenzio della notte è coperto dai tonfi del battito del cuore nelle orecchie.
Fa qualche passo fuori della porta, strisciando contro il muro, e guarda intorno in cerca del mostro. Dorme, il mostro, e il russare cavernoso che esce dal suo muso deforme guida Teseo, e lo spaventa di più per la mostruosità del suono, ma lo rassicura che la bestia è indifesa.
Teseo si avvicina al mucchio informe, e vede la grossa testa dai bozzi scuri, il muso deforme dal suono inquietante, il collo largo, il braccio umano con la mano di ragazzo. E non esita: colpisce.
Una, due, tre, cento volte colpisce con l’arma lucente. E uccide.
E scappa, via dal labirinto.
 
(Esce di corsa, e parte verso Atene con Arianna innamorata, e la pianta in Nasso, dormiente e usata.)
 
Forse nella paura Teseo non si è accorto che raggomitolato sotto la pelle c’era un ragazzino nato deforme, rinnegato dal padre Minosse (figuriamoci quello, così fiero dell’altro figlio così perfetto atleta, se poteva ammettere che quel bambino dal testone deformato dai bozzi era suo figlio).
Tutta la vita rinchiuso in quella gabbia senza porte (non si può rinchiudere il figlio di un re), senza vedere alcun altra creatura viva, se non gli uccelli lontani nel cielo: misteriose cose alate che danzano intorno al sole; e talvolta, di sfuggita, i misteriosi esseri che gli lasciano il cibo e subito fuggono.
E poi una notte il terrore di vedere un animale proprio lì nel suo spazio: un predatore, lo si vede da come si muove nella penombra. Star fermo, immobile, raggomitolato sotto la coperta, con il rimbombare del battito del cuore nelle orecchie, e con quel rumore di respiro del proprio volto (così diverso da quello strano del predatore, per il resto così simile a lui, tranne che per quel lungo braccio lucente). Star fermo, immobile, sperando che il predatore non si accorga, o che vada oltre, magari involandosi come gli uccelli.
 
(Non fa in tempo a capire il Minotauro, il toro di Minos, cosa succede. Né saprà mai perché.)
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martedì, 30 novembre 2010

 

Libero

Il signor Libero Giardino pensò che defecare gli piaceva, era liberatorio.
E gli piaceva fare la doccia, farsi scorrere l’acqua sulla pelle (quando finalmente ne fissava la temperatura giusta).
E poi il signor Giardino pensò che un’altra cosa che gli piaceva era, prima di uscire di casa la mattina, riposarsi cinque minuti con gli occhi chiusi abbandonato sul divano, e in quei cinque minuti lasciar correre i pensieri. Quella mattina il signor Giardino poteva dilungarsi perché si era preso vacanza. E pensava alle cose che gli piacevano.
Per esempio attaccare i bollini sulle schedine delle raccolte punti, per esempio sbirciare i biglietti d’auguri in cartoleria, per esempio mettere in ordine i libri negli scaffali (per genere, per autore in ordine alfabetico e poi per titolo in ordine cronologico) o i dvd (in semplice ordine alfabetico, riflettendo quando “Un” è numero o semplice articolo).
Quel giorno i pensieri fluivano anche più facilmente, per la sua decisione di vacanza, e poi perché si era aiutato bevendo un infuso apposta. Non si era mai drogato in vita sua il signor Giardino, ma quel giorno un piccolo aiuto proprio gli ci voleva.
E continuava a pensare pensieri piacevoli, il signor Giardino, come si era disposto a fare.
Pensò alla ricerca dei quadrifogli la domenica mattina nelle aiuole in piazza, e all’allegra bellezza delle turiste coi vestitini estivi; e agli origami. Al signor Giardino piacevano gli origami, e passava del tempo a pensare alle forme e a sperimentare piegature (uno dei modelli che aveva inventato era finito anche su un libro, che il signor Giardino aveva comprato in tre copie, una delle quali regalata con mille esitazioni alla signora Barelli, che probabilmente non l’aveva neanche sfogliato).
E poi il signor Giardino pensò ai treni: gli piaceva viaggiare in treno, anche solo per brevi tratti, e studiare gli orari. E pensò al fotografare nei boschi, specialmente il muschio; e proseguì con le cose che gli piaceva fare: guardare il fuoco del camino e il legno consumarsi, e aspettare il passaggio del Giro d’Italia. E in occasione delle elezioni al signor Giardino piaceva lavorare al seggio come scrutatore.
E sorrideva mentre ricordava le altre cose che gli piacevano: il suono degli scatti delle vecchie serrature (eco di un ricordo d’infanzia), il corpo e gli occhi di Maria, gli schiamazzi dei bagnanti, stropicciarsi le mani, aprire le finestre, far sorridere la cassiera, cercare l’arcobaleno, addormentarsi, ridere, il requiem di Mozart, il dondolìo del treno, toccare il legno ben levigato, l’odore della neve, la sorpresa, la v…
E si addormentò così, sorridendo e pensando alle cose che gli piacevano.
Lo trovarono così.
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domenica, 17 ottobre 2010

 

Noi serial killer

Essere un serial killer dà le sue soddisfazioni.
Per esempio giornali e telegiornali parlano di noi con toni romantici da “primula rossa” imprendibile. A cominciare dai nomignoli lusinghieri: “la belva della Bovisa”, “l’animale di Poggibonsi”, “il cattivo di Ostuni”, e cose del genere; non è che ci chiamano “l’imbecillone di Portogruaro” o “il povero scemo del Cilento”.
E poi fanno lunghi articoli, si interrogano, fanno congetture, descrivono con malcelata ammirazione di come facciamo brancolare nel buio gli investigatori.
Beh, uno si sente un po’ il protagonista di un film, o almeno di un telefilm.
Certo non puoi vantarti con gli amici al bar (mannaggia!), però…
postato da liczin | 01:24 | commenti

giovedì, 07 ottobre 2010

 

Siamo soli?

Siamo soli?
Soli noi nell’universo?
La schiumastra neuronica sparsa per il fondo degli oceani di metano fece questo pensiero collettivo modulando armoniosamente le sue emissioni elettromagnetiche.
Nel frattempo, pochi metri più in alto, vibravano la stessa domanda dei binidostri silicei, guardando le stelle.

PS: e si facevano la stessa domanda le stelle, rispondendosi l’un l’altra: certamente!

postato da liczin | 17:56 | commenti

lunedì, 12 aprile 2010

 

L’ultimo pensiero di uno stronzo

L’ultimo pensiero del signor Bwaaster fu che il lato buono dell’essere stronzo è che quando muori non soffre nessuno.
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lunedì, 05 aprile 2010

 

Il peso degli idioti

Questo che vado a raccontare è capitato in un lontano Regno Democratico (su un pianeta lontano lontano, chiamato Lpuk).
Il loro nome tecnico era riassunto da un acronimo impronunciabile; il loro nome commerciale era “i-slave”, che però non ebbe particolare successo dato che tutti continuavano a chiamarli “servelli” (da uno vecchio slogan pubblicitario); perché in pratica erano servo-cervelli.
Il problema non era che non funzionassero bene, ma piuttosto il contrario: aiutavano a ragionare sin troppo bene. Tanto che in effetti anche da soli ragionavano in modo sufficiente a cavarsela in quasi tutte le situazioni della vita; così finì che tutti quelli più idioti ci si affidarono smettendo del tutto di pensare in proprio.
Il problema vero venne alla luce quando si scoprì che l’unico produttore autorizzato di servelli (autorizzato dal Ministro Capo del Regno Democratico) era collegato al Ministro Capo del Regno Democratico (democraticamente eletto). Perché prima (e come in tutte le normali democrazie) i voti degli idioti si distribuivano equamente fra tutti gli schieramenti, ora (e qui è il vero problema) gli idioti votavano tutti dalla stessa parte, sbilanciando le preferenze delle persone sensate.
postato da liczin | 15:15 | commenti

venerdì, 19 marzo 2010

 

Un filo sottile e tenuissimo

Non c’era più niente per lui in quel bar.
Anzi, forse andarci era in qualche modo doloroso.
Però il signor Whu ci andava lo stesso, tutti i giorni, perché era l’unico tenuissimo filo rimasto con lei: la signorina Priszt.
E il signor Whu le aveva voluto un mondo di bene alla signorina Prizst, e ci teneva ancora.
In quel bar non c’era per lui che il ricordo di lei, che il fugace riflesso in un vetro, la scia incerta di un rivolo di profumo; perché lei in quel bar ci andava, forse per gli stessi motivi, ma i due non si incontravano mai.
Perché non c’era più niente per loro in quel bar.
Solo un filo tenuissimo a cui tenevano entrambi.
postato da liczin | 12:21 | commenti

giovedì, 04 marzo 2010

 

Solo logico

“Mi manchi” dice lui a lei.
Ma lei non c’è.
(del resto, se gli manca…)
postato da liczin | 18:15 | commenti

venerdì, 26 febbraio 2010

 

Pene e dolori

Discretamente non lontana dall’Ospedale Centrale c’è la Cappella di Maria Accoglitrice, detta anche Chiesa degli Addii, perché è un continuo celebrare funerali dalle 9 di mattina alle 17.
Lì, tra i gruppi sfilacciati degli amici e parenti con facce di circostanza, c’è il signor Bromgo, rigido nel suo dolore, con una lacrima che gli riga la guancia.
Piange, il signor Bromgo, mischiato fra i dolenti.
È andato lì a piangere per il dolore che gli dà il piercing al pene.
postato da liczin | 17:49 | commenti

mercoledì, 17 febbraio 2010

 

Delle due luna

Tutto cominciò un mercoledì mattina: me lo ricordo perché era un mio vicino di casa.
L’ingegner Hermann H. Qwaff non andò a lavorare come tutti gli altri giorni: e cerca che ti ricerca si scopre che se n’era andato sulla luna.
La signora Qwaff se n’era andata con un altro, un mangiatore di vernice (all’epoca una specialità circense molto in voga), e l’ingegner Qwaff s’era trovato solo e dopo averci pensato un po’ aveva concluso che niente sulla terra gli valesse la pena di vivere; così aveva raccolto un po’ delle sue cose, le provviste necessarie, un paio di comodi vecchi stivali e si era trovato un suo posticino sulla luna. “La luna è tranquilla, non ha il vorticoso premere della vita sulla terra.”
E in effetti c’aveva ragionato bene, perché il collega che era andato a convincerlo di tornare sulla terra non solo non ci riuscì, ma dopo qualche giorno pure lui raccolse un po’ di cose, preparò le provviste, prese un paio di anfibi militari e se ne andò anche lui sulla luna.
E poi fu la volta del signor Growlf, della signora Higgins, della signorina Kfassans, del colonnello Jrber…
Non mi starò a dilungare ora a dire uno per uno tutti quelli che andarono per convincerlo e furono convinti. Fatto sta che tutti ci rimuginavano qualche giorno, poi raccoglievano le loro cose, preparavano le provviste e si procuravano delle scarpe adatte, e fuggivano verso la tranquillità lunare.
E sulla luna di tranquillità ce n’era un mare: ciascuno poteva trovarsi un angolo, un anfratto, un costone dove sistemarsi in santa pace.
Così il flusso non si interrompeva, e piano piano si svilupparono i servizi: il ciabattino Branzo pensò che tutte quelle persone avevano pur bisogno di qualcuno che risuolasse le loro scarpe, e la fruttivendola Mirand cominciò ad andar su una volta alla settimana per rifornirli, e il camionista Valgg che era andato sulla luna col suo furgone (perché era l’unica cosa che gli era cara) prese a girare per la luna un po’ per il piacere di guidare e già che c’era portava la posta, e allora l’impresa Zistema & Borgohi pensò che delle strisce di asfalto ci volevano, e la ditta Kirgafl cominciò a vendere pannelli insonorizzanti ché la tranquillità cominciava ad essere difficoltosa. Ma di posti tranquilli ce n’erano ancora molti, anche perché con la polvere dei pneumatici, le bucce d’arancia, le buste delle lettere e tutto il resto la massa della luna cresceva piano piano, a scapito di quella della terra, che calava lentamente di diametro. E anche l’aria, con l’andirivieni di persone, bestiame, palloni da calcio e mousse di cioccolata, lentamente formava un’atmosfera sulla luna e assottigliava quella della terra.
Finché un bel giorno ci si accorse che eravamo tutti sulla luna.
L’ultimo sulla terra, io me lo ricordo, fu mio prozio Ninkoh.
Si rifiutò di venir via, fino all’ultimo, fin quando andammo a salutarlo con le valigie in mano e il cappello in testa. Disse che lui non voleva la tranquillità e il silenzio della luna, che lui amava il traffico, e la folla, e il pressare delle scadenze, e il brusio lontano, e il suono dei clacson che saliva lungo la facciata, e il boato che usciva da tutte le finestre quando segnava la nazionale, e lo strizzarsi della metropolitana piena e tutto il resto.
Solo che ormai vecchio e sordo non si era accorto che già da un pezzo sulla terra non c’era più il traffico, e i clacson, e le scadenze e tutto il resto; ormai la terra era piccola, aspra, polverosa e biancastra, senz’aria e rumori, senza più nessuno, senza vento che erodesse il bordo dei crateri dei meteoriti che nessuna atmosfera ormai bruciava più. Non si era accorto che ormai quella che lui chiamava terra noi tutti la chiamavamo luna.
Noi tutti che stavamo lassù, pigiati nei nostri tram, rincorsi dal tempo, con le nostre telefonate ai cugini, errori di stampa, auto da corsa, vicini con le scarpe, antenne, sexy shop, cancelleria, scontrini, scandali, caccole, vasi da fiori, biglietti da visita, trapani a colonna, occhiali, imbecilli, barzellette, noie, attese, speranze e i piccioni sul monumento al signor Qwaff.
postato da liczin | 17:05 | commenti

giovedì, 28 gennaio 2010

 

Causalità

Il sindaco di Castelpozzo, il dottor Quintavacca, era stato eletto con lo slogan “Risolvo i problemi”.
Notò che ogni volta che c’era un incidente fra Corso Largo e via Traversa, un ingorgo, un inghippo nel traffico c’era sempre un vigile presente (uno dei due, Battipanni Ettore o Remiganti Lucia, talvolta entrambi).
Allora licenziò i vigili, per risolvere il problema.
postato da liczin | 11:03 | commenti

lunedì, 18 gennaio 2010

 

Incipit

Il signor Robenstock nacque un pomeriggio di venerdì, nella hall dell’hotel Harris di una piccola città del Midwest, all’età di trentasette anni.
Non che prima non fosse esistito o che avesse avuto una gestazione così lunga, ma semplicemente i suoi primi trentasette anni di vita non contano, non sono importanti ai fini della storia che ci interessa.
Quel venerdì pomeriggio il signor Robenstock, in attesa del signor Hiskins per una cena di lavoro, notò che le sue scarpe avevano stringhe di un colore leggermente diverso. Questo lo indusse ad assumere strane posizioni, a camminare in modo particolare per fare sì che la cosa passasse inosservata. Con ciò si innescò nella sua colonna vertebrale una leggera asimmetria che in seguito portò ad un mal di schiena fastidioso. Tale mal di schiena lo costrinse a rinunciare alla settimanale partita di tennis col signor Maggio, e per farla breve questo portò a conseguenze imprevedibili.
Quali esse siano potete immaginarvelo da soli: vi basti sapere che il signor Robenstock è morto due anni fa nel corso di una rapina ad un supermercato.
postato da liczin | 11:14 | commenti

venerdì, 08 gennaio 2010

 

Infinitamente tutto

Aveva osato e aveva avuto ragione.
Per il programma “Una sera con…” non aveva chiesto il noto calciatore o la prosperosa soubrette: aveva puntato più in alto. Così quella volta a cena Nino si trovò a tavola con Dio. Lui in persona.
Ovviamente non era come se l’aspettava: non aveva la barba bianca, e non era neanche vecchio.
Dio sorrise: “So cosa pensi…” Anche Nino sorrise: “Eh, per forza…!”
“Oh, no, non dico per quello… Ma molti si abituano all’idea che io sia come mi raffigurano. Non solo come aspetto.
Vedi, prendiamo un asse cartesiano: diciamo la retta che da una parte va alla bontà e dall’altra alla cattiveria. Se fossi come gli uomini mi dipingono io sarei solo infinitamente buono.”
“In effetti è come La definiscono.”
“Oh, ti prego, dammi del tu. Del resto nelle preghiere lo fai già…”
“Ma, sa… sai, di persona è un’altra cosa…”
“Vabbè, dicevamo: se io fossi solo infinitamente buono mi mancherebbe qualcosa: l’infinita cattiveria e tutto quel che c’è nel mezzo. E invece come essere perfetto non posso avere delle limitazioni.”
“Quindi anche il suo aspetto…”
”Esattamente: non sono né alto né basso, ma entrambe le cose; non sono uomo o donna, ma uomo e donna, paziente e irascibile, pigro e attivissimo, misericordioso e vendicativo, eccetera.”
“A dire la verità, sarà che non ho i sensi adatti a percepire la molteplicità, ma a vederla… vederti, mi sembri, come dire… infinitamente medio…”
“Già, capisco. Essendo uomo e donna ti sembro qualcosa nel mezzo…una specie di trans…”
Nino arrossì, pareva gli avesse letto nel pensiero…
“Quindi lei… tu sei anche infinitamente infinito…”
“E sono anche infinitamente limitato. Ma anche limitatamente infinito e moderatamente limitato. Proprio così.”
Nino affrontò gli antipasti leggermente frastornato.
postato da liczin | 22:42 | commenti

domenica, 03 gennaio 2010

 

Revisionismi

Lì per lì gli era sembrata una buona idea al signor Warren di sposarsi. Poi se n’era subito pentito, perché forse il matrimonio non faceva per lui. Poi forse ci si abituò, perché concluse che a ben guardare era una bella cosa. Però poi cambiò idea e pensò che la signora Warren non era la persona giusta per lui. Tranne ripensarci quando si accorse che con sua moglie in fondo stava proprio bene. Finché non gli parve di stare con un’estranea. E poi però… Ma dopo invece… D’altra parte alla fin fine…
postato da liczin | 10:11 | commenti

domenica, 27 dicembre 2009

 

Maxiarresti

Il maresciallo Speziale sorseggia la sua orzata, se l’è meritata.
“Però vede – dice al buon Mizzighetta – con l’arresto degli Spataccia, ieri, abbiamo solo tolto la testa all’Idra.”
“Marescia’ dice che non è stata una cosa buona?”
”Per carità! Meravigliosa! Però vedi, vedi quello: Pinuccio.”
“Lo conosco: incensurato, brava persona.”
”Certo, mai fatto niente, è uno che si fa i fatti suoi, con la sua scuolaguida. E quella, la signora Grazia.”
“Eh, che ha fatto?”
”Niente. Anche lei vive tranquilla, si fa i fatti suoi, con il noleggio di dvd. O Calò, il barbiere, e il ragionier Coccovaro. La mafia sono Pinuccio, la signora Grazia, il barbiere Calò, il ragionier Coccovaro… quelli che si fanno i fatti propri, che non s’immischiano. Finché continueranno loro a fare le radici, la pianta non morirà, continueremo solo a potarla.”
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giovedì, 17 dicembre 2009

 

Uno che dorme

– Beh, allora? Com’è andata ieri sera con la tipa?
– Mah, valle a capire le donne…
– Che c’è? Non t’è andata bene? Con la maggiore mangiauomini della ditta?
– Ma proprio quello! Te l’aspettavi che gli piace uno che dorme tranquillo come un angioletto?
– Ma che ti sei messo a dormire?!
– Eh, vorrei veder te! L’ho presa sul divano, sul tavolo di cucina, sul tappeto davanti al camino, l’abbiamo fatto anche sotto la doccia… alla fine eravamo sfiniti: ci siamo buttati sul letto e ho dormito come un sasso. E lo sai che mi ha detto?…
– Cosa?
– Mi ha detto che sono bravo a letto e vuole rivedermi presto. Ma io a letto c’ho solo dormito! Ma te lo saresti mai aspettato che le piace uno che dorme?
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mercoledì, 09 dicembre 2009

 

Il gatto

Lui lo sa che non è il massimo dell’originalità come soprannome per uno che fa il suo mestiere. D’altra parte lo chiamano “il gatto” e lui se lo tiene, accontentandosi della lieve ironia del fatto che chiamino “gatto” un topo d’appartamento.
In questo periodo dell’anno “il gatto” smette la calzamaglia nera e l’usuale mascherina sugli occhi e si veste di rosso vivace. E se una luce lo colpisce mentre è arrampicato ad un balcone o a una finestra lui non fa altro che restare immobile, e confondersi nella folla.
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martedì, 01 dicembre 2009

 

Matematica di coppia

Il professor Tupelo è fiducioso matematicamente che c’è una donna perfetta per lui e per cui lui è perfetto, forse anche più d’una. Su tanti miliardi di donne, è praticamente sicuro.
Solo che dev’essere più o meno coetanea (se è morta prima che lui nascesse o è seienne adesso non serve a niente), si devono incontrare (se ce ne sono dieci in Papuasia o in Cile lui che se ne fa?), conoscere, dev’esserci il modo, l’occasione, tutto.
Così il professore Tupelo è praticamente certo che la sua “mezza mela” esiste. Ma è altrettanto sicuro che non la troverà mai.
E si accontenta della signora Tupelo.
 
PS: la signora Tupelo, senza tanta matematica, idem.
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giovedì, 26 novembre 2009

 

Non dimenticare

Il dottor Spatazzo e l’imprenditore Zampaò sorseggiano il caffè, guardando il passeggio fuori della vetrina. C’è una manifestazione contro la mafia.
– Certo che tutte queste targhe, i monumenti, i nomi delle piazze…
– Mh, quali?
– Quelli dei giudici, dei giornalisti…
– Eh, e allora?
– Una bella rottura, li fanno diventare degli eroi… e li ricordano dappertutto.
– E rottura di cosa? Li ricordino pure, li ricordino sempre.
– Ma come? Credevo che…
– Ricordino pure che fine fanno. Per qualche eroe… sai gli altri che fanno? Si fanno i fatti loro. Finito il corteo tornano a casa, al lavoro, e si fanno i fatti propri.
Adesso venga dottore, sennò finisce che non facciamo in tempo per il comizio.
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domenica, 22 novembre 2009

 

Piccoli segni importanti

L’ingegner Ghirf nel suo spoglio ufficio dei Servizi, per sentirsi meno solo guardava i numeri di telefono scorrere sul suo schermo. Guardava quante volte tornava un numero identico nella lista delle telefonate. E in quei numeri apparentemente indifferenti riconosceva un sorriso o delle lacrime, un volto mai visto, uno sguardo mai incrociato. Una persona.

E si sentiva un po’ meno solo. E sperava che quei numerini, per quanto poco potessero essere, non smettessero mai.

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lunedì, 16 novembre 2009

 

Ma mi pensi…

La signorina Guinilde sa che il dottor Kollwerth pensa a lei tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti. Lo sa. Quello che non capisce è se è solo per mandarla a fanculo.
postato da liczin | 09:51 | commenti

domenica, 15 novembre 2009

 

Sono qui…

Il signor Garbonzo aveva voglia di morire, ma senza farlo apposta.
Aveva responsabilità, persone che gli volevano bene, cose che dipendevano da lui, e allora non si sarebbe perdonato di cercare la morte.
Così faceva la vita solita, niente di anormale, con la normale prudenza di chiunque altro, però con l’intima speranza che un cornicione improvviso gli piombasse sulla testa, che un pirata della strada lo travolgesse uccidendolo sul colpo. E invece niente, neanche un infarto.
Tornava tutte le sere a casa, appendeva il cappotto all’attaccapanni: “com’è andata oggi?”
“Mah, sono qui…”
postato da liczin | 18:45 | commenti

venerdì, 13 novembre 2009

 

Scoperte che si possono fare con un bicchiere di carta in mano

Il giovane Bernardo si accorse quella sera che a volte anche ad essere in mezzo a una festa, con la musica e la birra buone, con amici spiritosi e pizzette saporite, a volte basta che manchi una persona per essere soli.
postato da liczin | 01:20 | commenti (1)

giovedì, 12 novembre 2009

 

Cos’è questa cosa

“Ma l’amore è un’altra cosa.”
Gli piace così, a Gennaro: d’essere sentenzioso.
“Un’altra da che?”
“Da qualsiasi cosa, da tutto, persino da sé stesso.”
Cambio discorso. A lui piace così, di dire frasi troppo profonde, così profonde da non avere fondamento.
Perché non è così: l’amore è proprio quello.
postato da liczin | 00:50 | commenti

mercoledì, 11 novembre 2009

 

Vita di m…

Giacomino non è un fanatico dei social network, si collega solo pochi minuti al giorno, tradizionalmente la mattina quando va in bagno.
Così, nella casella del “cosa sta facendo” c’è una lunga sequenza ininterrotta della stessa frase. Così a vederla da lì la vita di Giacomino sembra un’unica, lunghissima e ininterrotta defecazione.
postato da liczin | 14:14 | commenti

martedì, 10 novembre 2009

 

Amare i propri nemici

Don Mariano è infuriato: “Simbolo culturale un caspita!”
I genitori degli alunni non sanno dove guardare, davanti all’anziano padre si sentono degli scolaretti, seduti nella classe dei loro figli cercano di rendersi invisibili. Non l’hanno mai visto così furioso.
“Io lo so perché mandate i vostri figli alla scuola parrocchiale. È perché non ci sono gli extracomunitari, gli zingari, e non mi venite a raccontare menate!
Ed è lo stesso motivo per cui vi ergete a difensori del crocifisso. Per stabilire che gli italiani “veri” sono quelli abituati a dimenticare il crocefisso appeso, a vederlo lì che prende polvere senza più notarlo. Lo usate per tener fuori gli altri.
E invece no, caspita! Non è un simbolo “culturale” da usare contro! È un simbolo di Dio! E significa amore ecumenico: amore per tutti!
Voi fate sacrilegio! Primo perché degradate Dio a “simbolo culturale”, e poi perché lo strumentalizzate contro i vostri fratelli, per escluderli! Vergognatevi!
Quello che fate all’ultimo dei vostri fratelli lo fate a Cristo! Voi volete tener fuori dal vostro benessere Cristo stesso! E usate il suo simbolo per farlo!
Cazzo!”
Nessuno l’aveva mai sentito pronunciare una parola del genere, e nessuno lo sentirà più: l’anziano Don Mariano al culmine della sua ira si piega sulla cattedra, caracolla in terra; nonostante la rapidità nei soccorsi muore il giorno dopo all’ospedale senza riprendere conoscenza.
“Cazzo” rimarrà la sua ultima parola.
E i genitori dei suoi alunni non capiranno che Don Mariano avrebbe voluto toglierlo il crocefisso dalle classi, non capiranno che Don Mariano stava per accogliere gratis nella scuola parrocchiale i bambini del campo rom e che avrebbe insegnato senza tonaca, perché l’insegnamento cristiano è l’esatto contrario della loro ipocrita “difesa della cultura”. Non capiranno che la “difesa delle radici cristiane” contro chi non le ha (o la loro imposizione) è l’esatto contrario del cristianesimo.
Non sanno neanche cosa vuol dire “sepolcri imbiancati”.
postato da liczin | 08:15 | commenti (2)

lunedì, 09 novembre 2009

 

Ultimo amore

Il signor Linardo chiude il suo libro, lo appoggia sul tavolino vicino al telefono e si appoggia allo schienale. Ritirerà la maglia. Si rende conto il signor Linardo che non avrà più un centravanti così.
Mai più così.
postato da liczin | 09:49 | commenti

domenica, 08 novembre 2009

 

L’avevo detto io…

Per più di sette mesi la signora Niobe accusò il signor Mino di avere impulsi violenti verso di lei, tutti i giorni, molte volte al giorno. Per sette mesi e mezzo. Poi il signor Mino non ci vide più: le gridò delle parolacce e alzò la mano come per colpirla, ma si fermò in tempo.
Allora lei disse “lo vedi che avevo ragione?”
E lui le tirò un solenne schiaffone.
postato da liczin | 00:49 | commenti

giovedì, 05 novembre 2009

 

Niente

Fa finta di niente.
Gabry fa finta di niente.
Sta seduto al bar come gli altri, sfoglia la gazzetta senza attenzione come tutti i giorni, aspetta il suo primo (oggi spaghetti al ginseng, che sembra una cosa esotica per essere un bar da camionisti, ma in effetti sono solo spaghetti all’olio con ginseng sbriciolato).
Gabry fa finta di niente.
Mangia in fretta, finisce la sua mezza minerale, si soffia il naso ed esce con la sigaretta già in bocca (paga tutto a fine settimana).
Pare tutto normale, perché Gabry è diventato davvero bravo a far finta di niente.
postato da liczin | 10:38 | commenti (1)
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