gente 2

mercoledì, 17 agosto 2011  

Mafia (anti-)

– Vuoi la maglietta con la scritta antimafia?
– Mi hanno detto che sono finite.
– Sì… ufficialmente… ma tu digli che sei amico mio… <!–

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postato da liczin | 16:22 | commenti

mercoledì, 10 agosto 2011

 

Apici bassi

Nell’estate del 1976, all’apice del suo successo, il cantante Billy Ritzo si ritirò dalle scene.
Un peccato che non se ne sia accorto nessuno. <!–

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postato da liczin | 22:26 | commenti

lunedì, 25 luglio 2011

 

Beati

Il signor Miwq era così giù che leggeva i necrologi con invidia. <!–

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postato da liczin | 01:14 | commenti

domenica, 17 luglio 2011

 

Dalla duemilasettecentotrentunesima lettera di Malachia alla signorina Svenzka

Ciao, ti penso sempre, tutti i giorni, e… niente, volevo dirtelo. Tutto qui. <!–

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postato da liczin | 23:09 | commenti (1)

venerdì, 15 luglio 2011

 

Vita di Leon Ivanovic Miskij

L’orario di chiusura, il venerdì sera, le ferie, la pensione, la morte viste come un crescendo di liberazioni. <!–

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postato da liczin | 11:54 | commenti

lunedì, 04 luglio 2011

 

Il giovane Humpst

Il giovane Humpst ha imparato come conquistare le ragazze dai film porno e sa esattamente come si passa dal “buongiorno sono il vicino di casa” all’essere nudi avvinghiati in un accoppiamento selvaggio. Con una dissolvenza incrociata.
 
Il giovane Humpst sa che nel sesso orale la cosa più importante è che i capelli non coprano la visuale.
 
Il giovane Humpst conosce bene la tecnica per cui ogni tanto ci si ferma perfettamente immobili. Si chiama “buffering”.
 
Il giovane Humpst preferisce i film porno con la trama, tipo che lui suona il campanello e lei va ad aprire.
 
Il giovane Humpst se avesse una ragazza ci farebbe sesso tutto il tempo.
 
Il giovane Humpst se avesse una ragazza… beh, gli farebbe vedere lui…!
 
Il giovane Humpst se avesse una ragazza… eh, una ragazza vera…

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postato da liczin | 16:35 | commenti

lunedì, 20 giugno 2011

 

Moto

La signora Ergh va in palestra il lunedì, mercoledì e venerdì. La palestra è a tre chilometri da casa, che sono molti, e la signora Ergh ci va in auto. In palestra la signora Ergh fa mezz’ora di tapis roulant, alla media di dodici chilometri orari. Poi torna a casa, in auto. <!–

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postato da liczin | 16:35 | commenti

lunedì, 06 giugno 2011

 

Miraggi

La parte complicata della questione fu organizzare il viaggio.
Jan Kloski per il suo prossimo romanzo aveva previsto una parte che si svolgeva nella lontana Arabia, e pensò che un viaggio sui luoghi lo aiutasse a documentarsi a “respirare l’atmosfera”.
Il meglio che trovò (e che si poté permettere) fu un “Grand Tour della Tunisia” di quattro giorni.
Jan Kloksi scriveva più o meno un romanzo all’anno, era il suo hobby; lo sapeva che erano libri brutti e mal scritti, ma lui lo faceva per il suo personale piacere e non ci trovava niente di male (“Non li infliggo mica a nessuno.”). Era arrivato alla bella quota di ventidue romanzi scritti in circa venticinque anni, ed erano tutti non solo inediti, ma pure mai letti da altri che dall’autore (il quale, quando chiudeva un romanzo, si prendeva una pausa leggendo dei libri fra cui anche uno proprio).
Una quindicina delle sue opere erano intricate avventure strampalate di uno stesso protagonista, il signor Haffnug, che di mestiere riparava biciclette, ma che si trovava coinvolto in bizzarre vicende che spaziavano dallo spionaggio internazionale all’esplorazione subacquea, dalla lotta ai trafficanti di zucchero di canna contraffatto ai complotti di golpe in Africa (e questo solo in uno dei romanzi). Contrariamente a quello che si può sospettare il signor Kloksi non aveva molto in comune con Haffnug, neanche nei suoi sogni: in pratica il suo protagonista non era lui, né avrebbe voluto esserlo; Haffnug era diventato un suo amico che gli raccontava storie fantasiose, vattelappesca se vere o inventate, e a lui piaceva ascoltarle e inventarle con lui.
A volte le storie venivano senza Haffnug, e allora il signor Kloksi scriveva d’altre strane vicende con altri protagonisti, diversi (la signorina Patz, i fratelli Bwillist, la scolaresca della II B, e così via). Nel frattempo, gli piaceva immaginare che Haffnug le sue storie le stesse vivendo, e che poi le avrebbero scritte insieme.
E così Jan Kloksi scese dal pullman dopo i soliti centocinquanta chilometri di trasferimento e si trovò fuori stagione in mezzo al lago asciutto di Tozeur; con quindici minuti per fare le fotografie.
Prese la discesina, inciampò e si riprese, evitò due ragazzi con le rose del deserto a cinque/tre/uno/mezz’euro l’una, si ritrovò su una distesa piatta, bianca e luccicante di sale. Improvvisamente era al Polo Sud.
Se non fosse stato con un giubbetto leggero si sarebbe sentito Shakleton.
Haffnug arrivò lieve accanto a lui: “macché lontana Arabia! L’aereo è stato dirottato, poi scortato dai caccia verso Sud, e quando è andato in scarsità di carburante ha fatto un atterraggio d’emergenza sul pack. Dice che è così che fanno ora i governi, in modo da scoraggiare i dirottamenti: li mandano in posti disabitati finché non si arrendono.”
Il signor Kloksi vide i suoi compagni di pullman sbandarsi curiosi su quel pack salato, come li aveva visti cospargere del loro calpestio le dune del pezzo di Sahara più affollato che si sia mai visto. Passeggeri destinati al sacrificio (perché c’è da immaginarsi che i primi dirottatori che si trovano in mezzo al deserto o su una landa ghiacciata qualche aereo lo facciano saltare), in attesa di soccorsi lontani, in balia di terroristi frustrati.
“E tu che ci fai? Non stavi andando nella lontana Arabia per un traffico di diamanti in cui sei incappato perché erano nascosti in una partita di camere d’aria?”
Haffnug alzò le spalle: “Così è la vita. Vai verso la Mecca travestito da uomo d’affari arabo e ti trovi in mezzo al deserto con centotrenta altri ostaggi.”
“E il pack?”
“È l’altrove nello stesso momento, o forse un flashback di cose già vissute. Non so, vedremo a casa.”
“Ok, ma hai visto che bel posto è questo?”
Haffnug non c’era più. Kloksi era rimasto solo in mezzo alla superficie piatta, gli altri si accalcavano ai banchetti dei souvenir. Lontano un miraggio scorreva rapido. Forse Haffnug era già laggiù. <!–

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postato da liczin | 17:58 | commenti

martedì, 31 maggio 2011

 

Radici e territorio

Il paese di Calmanco non offre molto al paesano. La cosa più notevole è la fontana nuova in mezzo alla rotonda della provinciale. La gloria locale è un famoso ristorante della guida Michelin, ma è roba da ricchi di città che vengono coi macchinoni e gli indigeni, per quanto si vantino, non ci si avvicinano neppure.
A Calmanco la sera si va al circolo.
Al circolo c’è Selvano (un nome la cui origine nessuno sa bene, neanche lui che ogni volta racconta una storia diversa). Selvano è un organizzatore. Organizza i tornei di ping pong e di burraco, le gite domenicali alle pievi romaniche (che sono scuse per epici pranzi), i corsi, la filodrammatica, e anche il torneo annuale di boccette che vengono fin da Pontecorto e Magliacco per partecipare.
Il circolo in realtà è la locale sezione del Partito del Territorio, e tutti a Calmanco votano convinti per il PdT, che lì in paese c’è solo quello, e tutti sono di quello, e allora tutti trovano ovvio essere per quello perché di voci diverse non ce ne sono.
E prima di Selvano c’era un altro Selvano, che si chiamava Mastica (di soprannome, che il nome non se lo ricordava nessuno) che organizzava le canaste e il calcio e le boccette, e il circolo era del Partito dell’Ideologia, e tutti in paese erano del PdI, perché c’era solo quello; e prima ancora c’erano i fratelli Bontone che organizzavano la bocciofila, le battute di caccia e le boccette, e il circolo era del Partito Nazionale e tutti ovviamente erano del Partito Nazionale, perché c’era solo quello.
A Calmanco i partiti si radicano con le boccette. <!–

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postato da liczin | 12:36 | commenti

mercoledì, 18 maggio 2011

 

Sogni

A volte il signor Carmine Stromph ha incubi bizzarri, in cui vive situazioni quotidiane, “normali” (è a cena con amici, a casa sua, cammina per la strada) ma terrorizzato, col cuore in gola. È difficile da spiegare, ma è così.
Invece stanotte ha sognato che stava morendo, che giaceva inerte in un letto d’ospedale sentendo il suo stesso respiro affannoso, ma era sereno. Vedeva la moglie lì con lui in silenzio a tenergli la mano, percepiva gli amici parlare piano, sentiva l’atmosfera di morte imminente ed era tranquillo e rilassato, sereno.
<!–

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postato da liczin | 10:55 | commenti

domenica, 15 maggio 2011

 

Ma va’ là “solo un giro”…!

Sbattono le portiere per attirare l’attenzione.
Gli amici di lui la vedono, quella biondona con la quarta, che scende dall’auto di lui (che c’ha la cabrio, e per forza…).
Le amiche di lei la vedono, quella troietta con le tette finte, che scende dalla cabrio dell’abbronzato muscoloso.
E si faranno invidiare, loro, e non racconteranno nulla, per discrezione: diranno “abbiamo solo fatto un giro”.
Non lo diranno che hanno davvero fatto solo un giro, che hanno bevuto un cappuccino a un autogrill scherzando col barista, e si sono comprati un peluche e un portachiavi con il nome.
E si faranno invidiare ciascuno dal suo gruppetto, separati, perché dopo un’oretta insieme già non hanno niente da dirsi. <!–

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postato da liczin | 11:59 | commenti

venerdì, 13 maggio 2011

 

Routine

Quello sono io: Anacardo Borson.
(Anacardo, sì, perché i miei nonni si chiamavano Anacleto e Riccardo e mio padre pensò che Anacardo fosse una soluzione geniale per accontentarli entrambi. Vi lascio immaginare quanto abbia accontentato me…)
Io sono quello in mezzo alla stanza, quello in terra, quello morto.
(Sì, sono morto ma racconto: ci sono già dei libri e dei film che funzionano così, consideratela una citazione, se volete.)
Quello che sbalordisce il medico che mi sta sopra (tra l’altro premendo con un ginocchio sulla mia gamba, che se non fossi morto mi farebbe male) è che dai suoi riscontri sta scoprendo che io non solo sono morto, ma che sono morto da tre giorni.
I miei colleghi, lì tutt’intorno, sono anche più sbalorditi di lui.
Negli ultimi tre giorni io ho continuato ad alzarmi la mattina, e lavorare, e tornare a casa la sera: ed ero morto.
Sono crollato solo per la decomposizione.
Ma sapete com’è: l’abitudine…
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postato da liczin | 10:52 | commenti

lunedì, 09 maggio 2011

 

La meravigliosa sveglia del professor Nimstz

Il professor Nimstz si era proprio soddisfatto della sveglia che aveva inventato.
All’ora fissata non solo lo svegliava dolcemente, non si limitava a preparargli la colazione, ma andava anche a lavorare al posto suo. <!–

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postato da liczin | 09:52 | commenti

martedì, 26 aprile 2011

 

L’ultima lettera del ragionier Valacca

 Cara Maria,
diranno che non ho retto al dolore della separazione, ma sbaglieranno. Sono sempre stato sincero con te e non vedo perché non esserlo adesso che siamo morti (io lo sarò tra poco): ti spiegherò perché ti dicevo che vivevo per te, cosa che ti faceva anche arrabbiare, quando mi dicevi che dopo di te avrei dovuto farmi una vita, vivere nuove avventure ed altri viaggi.
La questione è che io per me non ho voglia di vivere, o per essere più precisi ho sempre avuto voglia di morire, di cessare, di smettere di esistere. Avevo comprato dei rotoli di paraspifferi, e tu non hai ma saputo perché. Ma poi mi tratteneva l’immaginarmi il tuo dolore, i tuoi pianti, le lacrime che avrebbero rigato il tuo viso (anche una sola, comunque mi era un’immagine insopportabile, e venivo a darti un bacio, una carezza, una tenerezza: e tu sorridevi dolce, anche se non sapevi di cosa ti stavo consolando).
E così è per te che sono sopravvissuto, per farti sorridere.
Adesso che non ci sei più niente mi trattiene in questa vita pesante.
Così ora li ho usati i paraspifferi (li ho dovuti ricomprare, perché quelli vecchi nel frattempo erano inutilizzabili, adesivo andato), sulle porte del garage, e adesso sto aspettando che il sonnifero faccia effetto, e poi l’ossido di carbonio.
Forse non finirò questa lettera (che dovrebbe finire con un “grazie”), ma mentre aspetto che mi si chiudano gli occhi e mi si spengano i pensieri non c’è cosa migliore da fare che stare con te, come sempre. Abbiamo visto insieme posti bellissimi (anche se qualcuno era bellissimo solo perché ero con te), abbiamo riso insieme, siamo stati complici, siamo stati vivi, siamo stati b
ecco vedi Maria ora n
grazie
<!–

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postato da liczin | 12:08 | commenti

giovedì, 21 aprile 2011

 

93 minuti al giorno

Il signor Niskas è un uomo affettuoso, e quando suona la sveglia della moglie cerca sempre di trovare l’energia per un bacio, un “buongiorno”. Poi quando suona la sua sveglia la moglie è pronta per uscire e allora nonostante sia ancora sigillato nel sonno un lungo abbraccio stretto stretto ci va sempre.
Poi via, e non ci si vede fino all’ora di cena.
Due chiacchiere mangiando, un commento al telegiornale, poi ci si mette sul divano a vedere un film e lei si addormenta, stanca, oppure uno si mette al computer e l’altro legge, e allora è un po’ come stare in stanze diverse.
E a tarda notte si va a letto, e un bacio e una tenerezza ci va sempre, ma poi si dorme ché la sveglia suona presto.
Il signor Niskas è un uomo affettuoso, e gli piacerebbe esserlo di più.
<!–

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postato da liczin | 12:06 | commenti

 

 

Il momento buono

Il signor Bellackia riempì la pipa, e pensò che quello era un buon momento per ammazzarsi.
Era passato un periodo di problemi di lavoro, e il signor Bellackia non voleva che si pensasse che si era suicidato per basse questioni lavorative. Aveva passato dei mesi con gravi problemi di salute, e allora aveva avuto altro a cui pensare piuttosto che al suicidio. C’era stato poi un problema della moglie, e allora non era proprio il momento di lasciarla sola e nei guai. Poi ebbe dei problemi di soldi (le malattie avevano lasciato meno redditi e più debiti), ma non voleva che si pensasse che fosse per una volgare questione di soldi che si suicidava. In seguito ci furono dei problemi legali (per colpa di un socio, che aveva commesso delle irregolarità) e allora non voleva suicidarsi dando l’impressione di essere colpevole, o di non saper affrontare le avversità, così resse fino alla completa risoluzione della cosa.
Ecco, ora non aveva questioni in sospeso, non c’erano problemi da risolvere, avversità da superare. Poteva dire d’essere sereno.
E allora era un buon momento per ammazzarsi.
Ma perché suicidarsi proprio ora che era sereno?
Il signor Bellackia ebbe un gesto di stizza. Cavolo! E si accese la pipa.
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postato da liczin | 11:33 | commenti

giovedì, 14 aprile 2011

 

Passaparola

Il dottor Broscho è preoccupato perché nessuno sa dei referendum di giugno, e allora pensa: se io lo dico a due persone e quelle persone lo dicono a due persone, e quelle quattro persone lo dicono a due persone ciascuna, eccetera la progressione di quelli che lo sanno sarà 1, +2, +4, +8, +16, +32, +64, +128, +256, +512, +1.028, +2.048, +4.096, +8.192, +16.384, +32.768, +65.536, +131.072, +262.144, +524.288, +1.048.576, +2.097.152, +4.194.304, +8.388.608, +16.777.216, +33.554.432 e voilà in 25 passaggi lo sanno tutti gli italiani. Basta fare una media di un passaggio al giorno e nel giro di un mese siamo a posto.
Bello.
Il dottor Broscho prende l’iniziativa: manda una mail alla signora Verzilli e al ragionier Mazzaferro, invitandoli al passaparola. La signora Verzilli è entusiasta dell’idea e la trasmette al dottor Niedermeier e al ragionier Mazzaferro. Il ragionier Mazzaferro è pigro, dice di sì ma quando gli arriva il secondo avviso la cosa l’ha bell’e scocciato. Il dottor Niedermeier non apre neanche la posta.
Nel frattempo, poco lontano, poche decine di milioni di italiani che non hanno accesso a internet guardano il TG1 (5,5 milioni), Studio Aperto (2,5 milioni), Qui Radio Londra (4,7 milioni), La vita in diretta (2,2 milioni), Uomini e donne (2,6 milioni), leggono la Padania, Chi, la Gazzetta dello sport, ecc. ecc. (dati degli ascolti di ieri, trovati qua e là sul web) <!–

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postato da liczin | 13:56 | commenti

martedì, 12 aprile 2011

 

Come tutto non cominciò

La “rivoluzione dei gambi di rosa” sfumò per buona creanza.
Il podestà parlava con pazienza: “Ma come, figliuolo, Egli viene nella nostra isola così di rado, anzi mi pare che sia la prima volta, e voi volete accoglierlo coi cartelli, coi fischi… Suvvìa, non son cose che si fanno…”
“Ma papà, proprio perché non viene mai, se non approfittiamo dell’unica occasione… e quando ci ricàpita?”
“E l’ospitalità? E poi se lo contestate ci prende in antipatia!”
“Ma che un Presidente Democraticissimo va a simpatie?”
E andò così che il Presidente Democraticissimo arrivò e tutti l’applaudirono: “Evviva evviva!” e poi se ne andò, contento, e nulla successe di più. <!–

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postato da liczin | 00:56 | commenti

sabato, 02 aprile 2011

 

Spari

Il primo colpo lo sparò al cielo, per far sparire gli dei, gli spiriti e tutte le cose invisibili.
E il secondo colpo lo sparò in terra, perché scomparissero tutte le cose materiali, le cose visibili, i corpi.
Ma non scomparve niente: c’erano ancora i pensieri a opprimergli la testa, c’erano sempre i colori bruni, sentiva ancora il peso.
E allora sparò il terzo colpo. E finalmente tutto sparì.
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postato da liczin | 09:12 | commenti

lunedì, 28 marzo 2011

 

Un poeta, un uomo, qualcuno

Se mai c’è stato artista misconosciuto quello è Eraldo Brondo Cluslazzoni: non troverete il suo nome in nessuna storia della letteratura, antologia, enciclopedia, ma meriterebbe il suo posto non meno dei vari Magatza, Flambaggioni, Tronby, o di quel professor Azio Lampardo che, ancora vivente, tanto lo ignorò.
Eraldo Brondo Cluslazzoni nacque all’età di cinque anni, sesto figlio di una famiglia militare: il padre era un modesto direttore d’orchestra, che però lo crebbe come avrebbe fatto un violoncellista; la madre era una donna minuta che morì al suo secondo parto. Entrambi furono guida e conforto del giovane Eraldo per tutta la durata del mandato.
Già durante l’infanzia il Brondo Cluslazzoni mostrò straordinaria inclinazione verso le lettere e adolescente si chiudeva nella sua stanza per meditare su sua cugina Teolinda e per maturare precocemente il post-graziosismo, precorrendo talmente i tempi che tuttora non si sa cosa sia.
La passione per i numeri dispari, o come li chiamava affettuosamente nei suoi diari “i numeri dispari”, lo portò a trascurare la sua salute a scapito dell’attualità storica e questo sfociò infine in una fastidiosa calvizie perniciosa.
Morì ancor giovane durante la guerra nippo-ungarica benché si trovasse a migliaia di chilometri di distanza, dimostrando rara sensibilità e circospezione.
Fu misconosciuto non solo come poeta ma anche come acquarellista e poeta: di lui non si ricordano “Vecchia romanza”, “I paesaggi dell’ombra”, il romanzo in versi dicorambici sparsi di cui non ci è rimasta traccia e l’ode che fu il suo capolavoro ma che è andata dispersa nel famoso trasloco del ’22.
Possiamo dire che Eraldo Brondo Cluslazzoni è il simbolo stesso di un’intera generazione di artisti che attraversa i secoli, partendo dal Nicoide giù giù fino ai Parmenastri e Vattuongo dei giorni nostri.
Di lui i più fini conoscitori della letteratura dicono “Eraldo Brondo Cluslazzoni chi?”
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postato da liczin | 09:52 | commenti

mercoledì, 16 marzo 2011

 

No, niente

Pure con tutto l’amore vero che c’è tra il signore e la signora Vyk, quando la signora Vyk chiede al marito “che c’è? Sei troppo serio e pensieroso” lui non se la sente di dirle che la sua vita gli è pesante, che la sua unica consolazione è l’idea del suicidio, e che l’unica cosa che davvero lo trattiene è lei, il loro amore. Forse sarebbe una cosa romantica da dire, ma lui non se la sente e probabilmente lei non vorrebbe sentirlo.
“No, niente, sono solo un po’ stanco.”
Lei capisce che c’è qualcosa che non va ma lui non ne vuole parlare, e restano lì un po’, abbracciati in silenzio a dirsi l’un l’altra col semplice essere lì “ti voglio bene”.
Quello che non capisce lui, ottuso dalla sua depressione, è che la signora Vyk sta anche peggio di lui. <!–

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postato da liczin | 09:44 | commenti

mercoledì, 09 marzo 2011

 

Komrskij

Il capitano Komrskij guardò oltre l’oblò. La terra era ancora riconoscibile. Tra meno di una settimana si sarebbe ad un granello di sabbia contro il sole. “Tu lo sai perché hanno scelto te, vero?” Il capitano Komrskij si voltò verso il tizio in camice. “Ti hanno fatto capitano sei mesi fa. Perché non hanno scelto un astronauta vero?” Il capitano Komrskij scosse la testa. “Ero il più adatto.” “In un certo senso è vero.” L’uomo col camice aveva la stessa voce ma ora era una donna. Somigliava ad un’attrice, ma non avrebbe saputo dire quale. Un stormo di gabbiani. Il capitano Komrskij si staccò dall’oblò e fluttuò verso la consolle centrale. L’attrice restò accanto a lui. “Nessuno degli astronauti, nessuno dei piloti, nessuno era adatto come te, è vero.” Il capitano Komrskij annuì, aprì il programma di generazione di curve. La cabina cominciò sinuosamente a riempirsi di ipnotiche curve olografiche. Rane gracidavano in lontananza. “Quattro anni e sette mesi. E se tutto va bene altri tre mesi di missione e altri quattro anni e sette mesi per il ritorno.” Il capitano Komrskij seguì una curva verde brillante arricciolarsi intorno all’attrice, solo che non era più l’attrice. “Nessun astronauta, nessun pilota. Solo tu.” La voce era sospesa nel nulla, ma proiettava un’ombra. Il capitano Komrskij sapeva perché avevano scelto lui. La signora Haph, con la testa d’animale, glielo diceva con voce sospesa. “Nessuno avrebbe resistito senza impazzire.” Solo lui, solo in quei tre metri cubi proiettati nel vuoto. Solo lui non sarebbe impazzito. La signora Haph rimpicciolì fluttuante mentre parlava col capitano Komrskij. “Perché tu sei già pazzo.”
Il capitano Komrskij annuì lentamente.
La signora Haph fece un cenno mesto all’infermiere e uscirono insieme.
Il capitano Komrskij sospirò, lo sguardo nel vuoto. <!–

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postato da liczin | 01:55 | commenti

mercoledì, 02 marzo 2011

 

Un’arma da difesa personale

Il signor Pawl ha trovato una sua particolare serenità ultimamente.
È entrato in possesso di una pistola da borsetta, una di quelle armi piccolissime, eleganti, con l’impugnatura in madreperla e un colpo solo. La pistola l’ha trovata con relativa facilità, quello che è stato veramente difficile sono state le cartucce: solo dodici, ma sono più che sufficienti. Ne ha usate tre per provarla dopo che l’ha rimessa in efficienza, pulita, oliata, resa perfettamente funzionante. Per il resto un proiettile è abbastanza.
Quando qualche pensiero, qualche preoccupazione comincia ad assillarlo, lui mette la mano in tasca e prende la pistola, la impugna dentro la tasca, l’accarezza, e quella lo rasserena, perché se le cose vanno male lui si spara. Sa che può farlo in qualsiasi momento e la cosa lo tranquillizza: basta un attimo e pum, spariscono tutti i mali, tutti gli stress, tutte le preoccupazioni e le sofferenze.
Adesso non ha più paura il signor Pawl.
A volte basta poco per stare meglio, a volte basta avere la morte in tasca.
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postato da liczin | 15:43 | commenti

domenica, 27 febbraio 2011

 

Life vs. job

Come ormai succedeva quasi tutte le notti da un po’ di tempo il signor Luigi si svegliò nel cuore della notte (saranno state le quattro, ma il signor Luigi evitava di guardare l’ora, per non aumentare l’agitazione). Si girò nel suo spicchio di letto, con cautela perché la signora Leila cercando il suo calore aveva preso il centro del letto e russava tranquilla. In testa qualche musica ossessiva: una volta un Roy Orbison, un’altra la canzone dei puffi, stanotte l’inno della Juventus (e lui non solo non è juventino, ma anzi non gl’importa un fico secco del calcio), ma soprattutto gli tormentavano la mente insonne i pensieri di lavoro. E ad aumentare lo stress c’era la rabbia che fosse il lavoro a rovinargli la vita: il lavoro dovrebbe essere un mezzo per poi vivere meglio, non per vivere peggio, non per restare immobile nel letto con le lacrime agli occhi.
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postato da liczin | 23:46 | commenti

martedì, 22 febbraio 2011

 

Slogan

Con in testa lo slogan “Questa è l’ora del Campar” il signor Guhtrali mandò tutti a fanculo e si sputtanò in 110 giorni tutti i risparmi di una vita. Poi si buttò con volo rotondo da una mongolfiera sulla savana, e cantava. <!–

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postato da liczin | 11:42 | commenti

sabato, 12 febbraio 2011

 

Scelta quotidiana

Argomento allegro oggi al bar: si parla dei motivi dei suicidi.
Il signor Tohrst alza la testa dalla pagina sportiva: “Ti ricordi Benghji? Dopo quella disgrazia che gli capitò… Però la signora Yuhmoff, per esempio, nessuno l’ha mai capito il perché.”
Il signor Kminki scuote la testa: “Secondo me i veri motivi poi non li sa nessuno, forse neanche per Benghji, forse neanche chi lo fa. Ma perché, secondo te lo sa chi non si suicida perché non lo fa? Lo sai tu perché arrivi alla fine della giornata?”
“Ma che c’entra? Chi si ammazza…”
“E già, chi si ammazza sceglie, fa qualcosa, e chi sopravvive semplicemente non si pone il problema. Io lo so perché non mi suicido.”
“Ma che discorsi…”
“Ci sono due motivi, ed hanno nome e cognome: Alman, mia moglie, e Albaster, mia figlia. Mi vogliono bene, mi immagino come soffrirebbero se mi uccidessi, e allora resto vivo. E tu perché scegli di rimanere vivo? Perché è una scelta anche questa…”
Il signor Tohrst borbotta qualcosa, dice “Va’ là, patacca! Filosofo!” e ride.
Ride anche il signor Kminki, e con la mano tocca la morte che si porta in tasca, come fosse un amuleto.
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postato da liczin | 11:04 | commenti

martedì, 08 febbraio 2011

 

La morte dentro

A parlare di depressione la maggior parte delle persone fraintende, pensa alle melanconie passeggere, pensa ad una giornata di luna storta, a qualche giorno di tristezza, a tetraggini con qualche motivazione.
(“Ma perché sei depresso?”, “Anch’io ieri ero depressa.”, “Dài, non ti buttare giù.”, ecc.)
E poi si stancano: anche i più pazienti e affettuosi reggono un giorno, qualche giorno, una settimana, poi ti dicono che insomma, devi cercare di reagire e di tirarti un po’ su, che loro non possono stare con un musone in quel modo.
E così il signor Brzp (che non è un adolescente problematico, ma un distinto signore con le tempie grige) deve fingere, sopravvivere, persino lavorare (cosa potrà rendere mai?), nascondere le assenze, la voglia di morire (forte così non se la ricorda neanche da ragazzo), le lacrime che salgono agli occhi senza motivo, la sensazione di piombo (non saprei definirla meglio).
La morte dentro. <!–

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postato da liczin | 16:20 | commenti

venerdì, 28 gennaio 2011

 

Un lavoro qualsiasi

Una giornata qualsiasi, un’occasione qualunque, un cellulare spento.
La signora Colussi deve dire una cosa al fratello, una cosa da niente però urgente; ma al telefono non risponde, e allora deve ricordarsi il nome della fabbrica in cui lavora. Si ricorda un vecchio nome, che nel frattempo è cambiato due o tre volte e adesso si ricorda solo che c’è una K nel nome. Si ricorda che è una fabbrica di roba elettronica, telecomunicazioni. Si ricorda dov’era, e allora tramite l’indirizzo e sfruttando internet alla fine arriva al sito dell’azienda.
E così scopre che nella sua città, a un paio di chilometri da casa sua, c’è una fabbrica d’armi, di sistemi tecnologici per la guerra moderna, e suo fratello ci lavora dentro. Ha una famiglia a carico e ha bisogno di un lavoro, e il suo lavoro è proprio lì. Salda, prepara, monta, applica, controlla.  <!–

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postato da liczin | 00:14 | commenti

martedì, 25 gennaio 2011

 

Complementi da arredo

Il famoso Laurent svolazza qua e là per i saloni: prepara il party.
– Qui nell’angolo ci voglio un grande ficus, che arrivi fino al soffitto, e qui accanto un po’ di figa. Bionde, perlopiù. E lì la tenda la voglio panneggiata verso sinistra, e un paio di fighe rosse (ma rosse davvero, non delle tinte come vi hanno rifilato l’ultima volta: controllate!). Qui il tavolo: palissandro, ovale. Di qua in questo corridoio non la solita guida rossa, voglio una ventina di preghiere bukhara sparpagliate, e un paio di fighe, vestite sul rosso. Laggiù in fondo un gruppetto di fighe assortite, almeno un paio negre. Qui mi ci mettete dei papiri. Là una figa bionda non tanto alta, diciamo uno e sessanta tacchi compresi. Qua a destra un pianoforte a mezzacoda, bianco. Appoggiata una negra altissima. Qui verso la discoteca dei divanetti rosa con un paio di fighe brasiliane. Poi laggiù prima della vasca…
(ad lib.) <!–

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postato da liczin | 14:25 | commenti

martedì, 18 gennaio 2011

 

Erano tempi d’oro…

Cristo se era bravo! Me lo ricordo, io.
Si chiamava James Nicola Bonino, ma si girava solo a chiamarlo Stickney, perché lui era di lì, di Stickney, ma era venuto via da ragazzino, scappato di casa, e aveva un buffo modo di pronunciarlo, Stickney, e allora l’avevano soprannominato così, un po’ per prenderlo in giro.
Me lo ricordo: aveva un carattere di merda Stickney Bonino, ma era la migliore tromba jazz dei suoi tempi, con tutto che ai suoi tempi c’era gente parecchio brava, e che poi è diventata un bel po’ famosa. Stickney Bonino gli dava una pista a tutti, però aveva un carattere di merda, e allora non sfondò perché dopo un po’ nessuno voleva lavorare con lui.
Dice che si era fatto l’orecchio a casa, a Chicago, perché abitava sopra un locale per neri, e tutte le notti era musica. La tromba gliel’aveva insegnata un vecchio suonatore nero, che quando morì gli lasciò il suo strumento e fu allora che Stickney prese la tromba e scappò.
Per esempio è lui che suona, giovanissimo, mentendo sul nome e sull’età, in una vecchia registrazione di “Trouble in mind” con Bertha “Chippie” Hill che canta.
Le sue permanenze nei vari gruppi e orchestre furono tutte brevissime: dopo poco arrivava a litigare con qualcuno, volavano pugni (quando non peggio), e Stickney veniva mandato via a calci nel culo, a volte anche con passaggi in carcere. Ah, mi ricordo una sua rissa con Johnny Weissmuller (che ovviamente ebbe la meglio) per una storia con la sua fidanzata (una delle sue fidanzate, per meglio dire) nel bel mezzo di una serata da ballo per beneficienza. Che rissa fantastica!
Tornato a Chicago Stickney si guadagnò da vivere un po’ suonando come solista in alcuni speakeasy ma l’ambiente dei trafficanti d’alcool non era il migliore per un carattere come il suo, così fu trovato morto con sette proiettili in corpo nel cassone di un camion, e nessuno fu mai condannato per il suo omicidio (ma mi ricordo che tutti sapevano che era stata la banda di Moran, quelli del Near North).
E così Stickney Bonino ha avuto una vita un po’ sgraziata, ed è morto giovane, e pochi se ne sono davvero accorti, però cristo se era bravo! La miglior tromba jazz dei suoi tempi! E sì che erano tempi d’oro!…
<!–

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postato da liczin | 17:47 | commenti

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